Ecco com’è studiare lettere oggi.

Se siete tra quelli che ci hanno fatto un pensierino e poi hanno optato per altre opzioni, o se siete tra chi sta ancora valutando, o addirittura chi ha già valutato e scelto questo percorso, forse questo articolo vi potrà interessare. Sto parlando di tutti voi che in un modo o nell’altro volete sapere com’è studiare lettere nel 2016.

Onestamente, l’idea di questo articolo mi è venuta questa mattina, proprio mentre ero a lezione, ma su questo punto ci tornerò dopo.

Sono incerta sulla categoria da attribuire a questo testo…è una recensione?  Si possono fare recensioni sulla vita, sull’università?

A quanto pare lo sto facendo.

Non potete capire da quanto tempo desiderassi di raccontare a qualcuno come ci si sente a

studiare         lettere         moderne

a Bologna, perché è giusto anche darvi più o meno un’idea dell’ambiente e , sopratutto, serve a non generalizzare troppo. Dico “troppo” perché parlando con diversi colleghi di altre città mi è parso di percepire le mie stesse impressioni. Ma veniamo a noi.

La sottoscritta è, sulla carta, all’ultimo anno di lettere moderne in quel dell’Alma mater studiorum.

Essendo quindi due anni abbondanti che sono immersa in questo ambiente, forse sono abbastanza autorizzata ad essermi fatta un’opinione a riguardo.

Quando mi sono iscritta all’università non avevo nessun tipo di aspettativa, si può quindi dire che il mio sia un giudizio neutro visto che non ho collezionato miti sfatati o ideali realizzati. Semplicemente, iscrivendomi, ero contenta di starlo facendo e, oltre all’esperienza accademica ero in generale molto contenta dell’esperienza di vita che avrei affrontato a Bologna.

Appunto, Bologna: parliamone qualche riga.

Bologna per me è stata come una mamma, perché ho sempre visto i suoi lunghi portici più come delle braccia calde in cui ripararsi dal freddo che come meri aspetti architettonici. Non voglio sponsorizzare la mia università, ma se state valutando una città in cui fare l’università -qualsiasi facoltà- Bologna è un’ottima scelta, per diversi motivi:

  1. Quando camminate per strada, sopratutto nei quartieri universitari, vi sembrerà di essere nella pubblicità dell’acqua Lilia; sapete quella pubblicità dell’acqua minerale dove sono tutti giovani perché bevono l’acqua Lilia? Proprio così. Vi sembrerà di essere in una città dove hanno scoperto il siero della giovinezza, sono tutti ragazzi e, se anche vi dovesse capitare di incrociare qualche persona agée vi posso assicurare che avrà del giovanile.
  2. E’ tutto a portata di mano. Anche se abitate dall’altro lato della città rispetto all’università, raggiungerla non sarà mai un problema.Come, per esempio, nel mio caso, ma ogni mattina in 15 minuti scarsi -a piedi- riesco ad essere davanti all’aula. Com’è possibile? E’ possibile perché il centro di Bologna, quello dove sono università, locali, biblioteche, aule studio, ma anche la maggior parte delle case degli studenti, non è molto grande e per di più è tutto in pianura, spostarsi è davvero veloce. Se proprio siete pigri, poi, ci sono sempre bici e autobus, entrambi non fattibili: di più.
  3. E’ organizzata per gli studenti. Se siete studenti, a Bologna di certo non vi mancheranno le convenzioni fatte ad hoc per voi. Nel quartiere universitario, muniti di badge, il caffè lo prendete a 60 centesimi, se volete andare al cinema, ogni martedì per gli studenti costa qualcosa intorno ai 4€ e se avete voglia di fare festa, la sera, è pieno di cicchetterie e bar che fanno drink a prezzi molto molto accessibili.Per non parlare dei negozietti che stanno aperti fino a tardi che vendono bottiglie di alcolici sotto i 5€.

Purtroppo, questo punto appena indicato è anche un po’ una pecca, perché a causa di questo essere eccessivamente convenienti, Bologna è una pacchia per le persone “diversamente adattate”. Vi dirò di più, in certe situazioni ed in certi luoghi, rasenta lo squallido. Ecco perché è importante scegliere bene i luoghi che volete frequentare e il vostro modo di viverla (ma questo, vale un po’ per tutte le grandi città).

Non vi sto a parlare di quante aule studio, copisterie, cartolibrerie e supermercati ci sono mediamente per zona. Tanti, perché appunto, è una città pensata per gli studenti.

Il vero problema di Bologna, che io ho vissuto in pieno, è la scarsità di case per studenti.

Negli ultimi anni c’è stato infatti un vero incremento di iscritti all’università di Bologna e questo ha portato ad una specie di “sovraffollamento”. Praticamente la situazione è: ci sono tanti studenti e poche case. E visto che ci sono poche case i prezzi si alzano.

Ps: IO CI HO MESSO UN ANNO E MEZZO A TROVARE UNA CASA DEFINITIVA!

Detto ciò, veniamo al dunque. Ero a lezione di geografia…

e mi stavo vergognando degli appunti che stavo prendendo.

Il problema, per molte materie di lettere è che sono estremamente teoriche ed implicano uno studio e un apprendimento totalmente passivo.

In geografia, mi sono trovata a scrivere di come i pinguini siano stati infettati da alcune malattie dagli esseri umani che hanno visitato l’antartico nei decenni passati. Interessante.

Ma niente che una persona non possa assimilare anche meglio guardando una puntata di Cosmos.

Me la sono presa con la geografia, ma ci sono tantissimi altri corsi la cui utilità è rivolta solo verso coloro che anelano all’insegnamento.

Io personalmente non voglio insegnare e come me, ci sono tantissime altre persone che si sono iscritte all’università per fare altro perché, credetemi, si può fare veramente qualcosa di diverso dall’insegnare, con una laurea di lettere in mano.

Ed io e tutte le persone che non vogliono proseguire con l’insegnamento siamo obbligati a seguire corsi e dare esami che non ci saranno mai utili, mentre siamo costretti ad accontentarci di esami “con meno rilievo” che in realtà al giorno d’oggi dovrebbero avere un ruolo di prim’ordine.

Come informatica.

Come la semiotica.

Come l’informatica umanistica.

Come teorie e sistemi dei nuovi media.

Questi corsi, che non superano i 6 crediti l’uno (rispetto ai 12 di geografia) sono facoltativi, quindi uno studente deve sceglierli da sé, ma ricordandosi che in un anno può accumulare fino ad un massimo di 12 crediti a scelta, il che vuol dire solo due corsi.

Due corsi, che probabilmente si accavalleranno a livello di orari con corsi che invece sono obbligatori e la cui frequenza è indispensabile.

Tutto questo per dire che l’attuale facoltà di lettere ha dei programmi che sono completamente da rivedere e modificare, perché è rimasta una facoltà anni 90, dimenticandosi che ormai siamo vicini all’anno 2020.

Ecco, se vi volete iscrivere a lettere perché vi piace scrivere o semplicemente pensate di potervi applicare in qualcosa per dare spazio alla vostra creatività, sappiate che vi faranno passare la voglia.

In tre anni di lettere ho fatto un solo compito scritto il cui voto non era rilevante ai fini del voto complessivo finale.

E tutti i corsi che frequenterete vi daranno un’impostazione talmente accademica che farete fatica ad accantonare e sarà la fine di tutte le vostre idealizzazioni.

Hanno ragione quando dicono che alcune cose potreste tranquillamente impararle da casa muniti di PC, non tutto, ma alcune cose sì.

Per questo, se siete o sarete uno studente di lettere dovrete abituarvi ad essere tacciati di stare facendo un’università che serve solo ad arricchire il proprio bagaglio culturale, ma che di pane, in tavola, ne porta poco.

Studiare lettere, insomma, non è per niente semplice. Se riuscirai a sopravvivere a tutte le persone che ti guarderanno come se avessi una malattia rara nel pronunciare la frase “Io studio lettere”, sarai già molto fortunato.

Se riuscirai a sopravvivere a tutte le persone che ti diranno “E quando arrivi alla Z cosa studi?”, sarai ancora più fortunato.

Se riuscirai a sopravvivere un giorno, senza impazzire, sapendo che sei circondato da lupi che vogliono il tuo stesso pezzo di carne, sarai fortunato.

Voglio fare un appello a tutti quelli che non studiano lettere ma fanno una facoltà scientifica.

Voi siete molto fortunati.

Molto, molto fortunati, sì.

Perché al contrario mio vi siete interessati di qualcosa che semplicemente è di carattere scientifico e per questo, solo per questo, non dovete subire nessun tipo di pressione psicologica da parte delle persone che vi circondano.

Come se fosse lecito subire pressioni psicologiche da persone X o Y in merito ad una scelta di vita personale.

Purtroppo il mondo odierno gira grazie al disprezzo che alimentiamo verso cose che semplicemente non ci competono.

Voi, cari non-studenti-di-lettere, siete segretamente orgogliosi di essere non-studenti-di-lettere.

E mi sta bene, perché anche io sono orgogliosa di essere una non-studentessa-di-materie-scientifiche.

Ma cari, la prossima volta che state per scagliare la pietra contro uno studente di lettere, ricordatevi due cose:

  1. State per giudicare una scelta di vita altrui, che detto molto schiettamente non sono cazzi vostri.
  2. Uno studente di lettere può risultare molto aggressivo visto che lo studente in questione si ritrova spesso a ripetere esami che molto probabilmente non serviranno a nulla nell’arco della sua carriera ma che comunque lui deve dare e bisogna dire che questi esami corrispondono spesso con quelli di latino e che questi esami sono stressanti stressanti stressanti e non ce la puoi proprio fare dopo un tot a sopportare gli esami e le teste di cazzo che ti ripetono che la tua facoltà non porta il pane sulla tavola e tu continui a ripeterti in testa che non è vero e che soprattutto come si permette questo qui di dirmi che quello che sto facendo è inutile o addirittura solo una mera voglia di avere un bagaglio culturale e che se voglio tutti quei libri li posso leggere anche senza iscrivermi all’università che se non sono bravo a fare i conti alla fine della fiera non posso fare altro che la salumiera che tutto sommato è comunque un lavoro dignitoso ma che comunque non voglio fare perché io sono un cazzo di studente di lettere e voglio portare avanti non le mie passioni che lo voglio confessare la mia vera passione sono le merendine e il gioco dell’oca ma voglio portare avanti quello per cui ho studiato quello per cui mi sono fatto massacrare di risolini commenti statistiche percentuali i vostri numeri del cazzo teneteli nei libri di analisi uno e due e tre che io ho il mio dizionario e il mio pasolini e il mio lucrezio ma soprattutto ho il vocabolario di latino nello zaino e quando mi scagli la tua pietra stai attento che possono arrivarti sui denti due chili e mezzo di Campanini-Carboni.stronzo.
  3. Come avete potuto notare da questo straordinario flusso di coscienza uno studente di lettere spesso e volentieri è molto incline ad essere vicino a quello che oggi la società chiama volgarmente psicopatico, ma state tranquilli, se vi tenete i vostri commenti totalmente superflui e fuoriluogo in tasca non dovrebbe mordere e soprattutto non dovrebbe scaraventarvi contro nulla che non siano le sue già abbondanti frustrazioni personali perché, vi rivelo un segreto, lo studente di lettere lo sa che se andava a fare medicina o ingegneria gestionale faceva tutti più contenti, ma lo studente di lettere se ne sbatte alla minchia e va a fare semplicemente quello per cui si sente più portato perché semplicemente vuole fare il giornalista, il professore, il ricercatore,  l’editore,il pubblicitario. E non è che “fa spendere i soldi ai genitori” per inseguire le sue passioni, perché se pensate che la passione sia spaccarsi un semestre intero per latino o per letteratura o per informatica (“wewe informatica” “ma no” “eh già”) allora avete una concezione di passione che porterebbe ad assimilare materie come chimica, analisi e fisica a passioni -che, in alcuni casi è anche così, ma non esageriamo nemmeno-. Se sapeste l’etimologia della parola passione, magari…

Tornando indietro, sceglierei ancora questa facoltà?

Probabilmente sì. Ci ho pensato a lungo prima di scegliere a tutte le possibili opzioni, tant’è che feci anche un corso per il test di ingresso a medicina però…

però niente. Avevo degli obiettivi, che conservo tuttora e che conserverò fino alla fine .

Insomma, per fare questa facoltà, si deve essere davvero forti e non bastano passione o voglia di imparare; perciò se ci state pensando, chiedetevi prima se siete pronti.

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Narcos, ecco perché piace.

Avevo scritto che forse sarei tornata e infatti eccomi qui, di ritorno dalla vita vera, con una nuova sezione di recensioni.

Voglio fare una premessa, è la prima volta che recensisco una serie e non so dire se effettivamente sarà una buona idea o meno, perché un conto è recensire un film, che dura in media un’ ora e mezza, un conto è recensire una serie di puntate che durano (calcolando prima e seconda stagione) quasi venti ore. Per cui, ecco, cercherò di essere il più breve possibile cercando anche di trasmettere il più possibile.

A meno che voi non viviate in una “galassia lontana, lontana…” avrete certamente sentito parlare della serie originale di Netflix, Narcos.

Prima stagione.”Plata o plomo?”

(no spoiler)

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La prima stagione di Narcos è incentrata sull’ascesa del re del narcotraffico Pablo Emilio Escobar Gaviria (interpretato dall’attore brasiliano Wagner Moura) e sulle prime ricerche da parte dei due gringos (americani) agenti della DEA Steve Murphy (anche voce narrante per tutta la serie, interpretato da Boyd Holbrook) e Javier Peña (Pedro Pascal, qualcuno potrebbe ricordarlo per il suo contributo in Game Of Thrones).

La prima puntata ci fa già capire qualcosa delle personalità dei personaggi; Pablo arriva col suo bel camioncino, viene fermato da un manipolo di poliziotti colombiani e arriva la celeberrima battuta “Plata o Plomo?” ovvero “Soldi o piombo?” ovvero “Mi fate passare voi o devo passare da solo?”

OVVIAMENTE

i poliziotti si lasciano corrompere e sono solo i primi di una lunga serie che aiuterà il nostro Pablo a diventare il re indiscusso della cocaina nonché fondatore del cartello di Medellìn. Non pago, il nostro Pablito decide di ficcarsi anche in politica, facendosi strada con svariate opere di bene verso le persone più povere della Colombia,come case in regalo, SOLDI in regalo, diversi discorsi fatti con l’appoggio di persone influenti nel mondo della politica. Tutto sembra andare bene, i soldi della cocaina sono talmente tanti che Escobar è costretto a nasconderli nei posti più impensabili, persino a sotterrarli nel terreno, la campagna elettorale sta dando i suoi frutti, la mogliettina è in attesa di un nuovo bambino ma la polizia (di cui è rimasta una ben misera parte incorrotta) è sulle tracce di prove per testimoniare che l’attuale paladino della Colombia è un narcotrafficante.

La sola prova esistente è una foto scattata a Pablo Escobar all’interno di una stazione di polizia  che era stata nascosta (da poliziotti pagati per farlo ovviamente) in cui il simpaticone sorride placido alla macchina fotografica, nemmeno sapesse già quello che da lì a qualche anno sarebbe successo.

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Pablo Escobar

Bisogna ricordare, prima di tutto, che all’inizio di ogni puntata di Narcos compare scritto che la storia è presa da fatti realmente accaduti, ma che alcuni avvenimenti sono stati modificati o inventati completamente a fini drammatici. Tenete bene a mente questo, perché ci tornerà utile alla fine.

In poche parole, una volta messo piede nella sala del congresso colombiano, Pablo viene cacciato via da un discorso del ministro della giustizia, che lo addita come narcotrafficante, e mostra a tutti la foto (portata alla luce grazie agli sforzi della DEA) dichiarando apertamente guerra al narcotraffico colombiano.

Questo episodio, in realtà, è il momento in cui hanno inizio tutte le tragedie della Colombia.

Escobar si lega al dito la scottante rivelazione fatta davanti a tutti i membri del congresso e soprattutto, il fatto di essere stato escluso e additato come delinquente dal mondo al cui lui tanto anelava, ovvero quello dei paladini del popolo.

Ad Escobar interessa il popolo perché lui stesso viene da lì e si sente un eroe, uno di quei personaggi dei film che da niente riescono ad avere più di quello che avrebbero mai potuto desiderare. Lui è un sognatore ed ogni cosa che sogna si avvera, presto o tardi.

Tutto quello che ho scritto non è esaustivo. Ed è scritto pure male.

Questo perché purtroppo, o per fortuna, Narcos è una serie in cui si intrecciano tantissime storie contemporaneamente e sono tutte collegate tra di loro, non ci sono gradi di separazione, non c’è distanza tra il poliziotto e il narcotrafficante, il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato. Tutti i personaggi sono disposti in cerchio e si guardano negli occhi ed è solo un caso che Pablo Escobar si trovi al centro.

Cosa mi è piaciuto di questa stagione:

  • I dialoghi in spagnolo. Sì, bisogna proprio riconoscerlo, una serie in lingua originale è impagabile a livello di suggestione e questa non fa eccezione.
  • I supporti audiovisivi tratti dalla realtà. Sin dalla sigla ci sono alcune riprese del Pablo Escobar vere e per tutta la serie si alternano spezzoni di notiziari, interviste, foto e filmini presi dalla realtà.
  • La suspense. Quasi ogni puntata l’ho terminata con il classico neon a intermittenza nel cervello che diceva “Voglio vedere cosa succede la prossima puntata”.

Cosa non mi è piaciuto di questa stagione:

  • Le scene di sesso.Ditemi che sono una bigottella, ma far vedere così tanti culi all’aria a me ha sempre saputo di specchietto per le allodole, ovvero quel genere di “trick” cinematografico che non caratterizza la serie, ma che serve comunque ad attrarre anche un certo tipo di pubblico e in generale per attirare l’attenzione. Per fortuna ho notato che questo trucchetto viene adoperato in diverse serie, ma che viene gradualmente messo da parte mano a mano che si va avanti con le stagione. Facciamoci due domande.
  • La voce fuori campo. In tutta la serie è presente la voce fuoricampo dell’agente Murphy che narra le vicende e serve a rendere il tutto un po’ più scorrevole e rapido, bè, inizialmente, tutto ciò non mi convinceva.

Cosa cerca di dirci questa serie?

Per me, cerca di far capire quanto è sottile la linea che divide i sogni dall’essere incubi e viceversa. Quanto, a volte, proprio come Icaro, ci avviciniamo troppo al sole e bruciamo, cadiamo ed è inevitabilmente finita perché siamo uomini.

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E non si può essere in cima per sempre, la forza di gravità è una legge dalla quale nessuno può sfuggire.

Ma per me (lo specifico spesso, lo so) il succo della serie arriva con

La seconda stagione

(spoiler)

La seconda stagione è riassumibile con una sola parola: La caduta.

Pablo, dopo essere scappato dalla sua personalissima e lussuosissima prigione (nella quale si era quasi auto-recluso per rispondere dei crimini commessi nella prima stagione) , si trova ad essere un latitante. Ovviamente, ha ancora molto potere, ma intorno a lui inizia a crearsi il vuoto e, forse, non solo “intorno” a lui.

Sono inutili tutti i tentativi di trattare ulteriormente con lo stato e le forze dell’ordine, nascono nuovi gruppi di paramilitari pronti a dargli la caccia e sono ben disposti a prendere di mira la sua famiglia pur di arrivare a lui.

In questa stagione si farà un bel po’ di pulizia, nel senso che si andranno a scremare tutti quei personaggi che in realtà non avevano un vero senso all’interno della serie.

Sì, muoiono tutti.E’ la stagione dei sopravvissuti.

Questa stagione è una lunga e affannosa corsa verso quello che è il momento clou dell’intera serie: la fine di Pablo Escobar.

A dire la verità, molti miei amici che hanno visto la serie come me hanno fatto una piccola riflessione “E’ leggermente immorale una serie che cerca quasi di far passare per buono il cattivo della situazione.” Quasi.

A mio parere, forse è una delle serie più oggettive sotto questo punto di vista, nel senso:

per me avrebbero potuto calcare ancora di più la mano sugli aspetti emotivi e personali di Escobar, ma non l’hanno fatto. In primo luogo perché altrimenti si sarebbe alzato un polverone in tutta la Colombia, in secondo luogo perché sarebbe venuta fuori una serie finta e in fondo anche naïf,del tutto fuori dagli standard che invece gli autori si erano prefissi inizialmente.

E poi, come dicevo sopra, questa è una serie che parla proprio della miserevolezza del confine tra buono e cattivo e non a caso in questa stagione verranno sconvolti proprio i ruoli dei poliziotti, che da paladini della legge sembra quasi abbiano assorbito i comportamenti e i modi di fare dei narcotrafficanti.

Ma veniamo al dunque E QUINDI alle ultime due puntate, di cui la migliore, per me, è la 2×09. Per tutta la serie non si nomina, non si sente, non si cita, nemmeno si presuppone esista e invece, nella penultima puntata della seconda stagione eccolo qui: il padre di Pablo Escobar. Dov’è stato tutto questo tempo? Dov’era sempre stato, in una fattoria dimenticata dal Signore, in mezzo alle vacche e al niente più assoluto, ovviamente, il posto perfetto dove nascondersi quando si è ricercati da una nazione intera.

Pablo resta diverso tempo alla fattoria del padre, col suo unico compagno rimasto, Limon, fino a quando, un giorno, il padre gli dice in faccia che per lui è solo un delinquente e un assassino. Pablo, non per qualcosa, ma stavo solo aspettando che qualcuno ti desse questo schiaffo…morale.

Di conseguenza, padre e figlio si separano per sempre e Pablo lascia i suoi ultimi soldi nella casa del padre. Soldi sporchi di sangue, s’intende.

Cosa mi è piaciuto di questa stagione:

  • La quasi eliminazione di nudo. Scusatemi ancora, ma ho tratto un gaudio pazzesco da ciò.
  • La diminuzione delle voci fuoricampo. Scusatemi di nuovo.
  • La solitudine degli ultimi episodi. Più si va avanti nella stagione più la figura di Escobar viene isolata, lentamente, tutti quelli che gli sono stati vicino spariscono, si allontanano, lo tradiscono. Questo permette al personaggio centrale di risaltare meglio e gli conferisce una certa riflessività.

Cosa non mi è piaciuto di questa stagione:

  • Nulla.

Curiosità.

-Come accennato in precedenza, la storia è tratta dai fatti realmente accaduti in Colombia tra gli anni ’80 e ’90, ma è stata modificata a fini drammatici e questo ha dato modo alle persone che hanno vissuto da vicino queste vicende di correggere alcuni “errori”.

La fonte più attendibile, ovviamente, è il figlio di Escobar, oggi residente in Argentina, architetto (ma più cha altro scrittore), che nel frattempo si è fatto cambiare nome all’anagrafe in Sebastián Marroquín.

Sebastiàn, ha spiegato in un post pubblicato sul suo profilo personale di facebook tutte le incongruenze della serie rispetto alla storia vera (lo trovate  qui ) e forse, quella che mi ha sconvolto di più è quando rivela che in realtà lui il padre non lo vedeva così spesso come viene mostrato nella serie e che, soprattutto, durante la latitanza del padre vivevano in dei tuguri e non nel lusso.

 

-In Colombia stanno ancora tutti ridendo perché l’attore che ha interpretato Escobar recitava con forte accento brasiliano…immaginatevi un Padrino in milanese.

Perché guardare Narcos.

Se vi piacciono le serie fatte bene, curate, dinamiche, con una storia avvincente, degli attori bravi ma non scontati Narcos è la serie che fa per voi.

Non penso sia la storia del re del narcotraffico, è la storia di diversi tipi di uomini e, in fondo, di una nazione intera.

 

 

Voto: 8/10

 

Buttateci un occhio.

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Una storia che ha inizio ieri: Avrò cura di te, recensione.

Il giorno di San Valentino, Giò trova un biglietto, scritto dalla defunta nonna al suo angelo custode e in un disperato tentativo di trovare conforto e, probabilmente, aiuto, decide di scrivere anche lei una lettera al suo angelo.Inaspettatamente, lui, Filèmone, risponde.

“Ti sei mai chiesta perchè le corde suonano, Giò? Fanno resistenza alla pressione. E’ da quella resistenza che nasce la musica.”

Gioconda,detta Giò, è una professoressa del liceo, neo-separata, “distratta da niente, irritata da tutto”, che intraprende un rapporto epistolare con il proprio angelo con la “a” minuscola.Un rapporto che la porterà a ritrovare la vera sè stessa e a capire e accettare il mondo che la circonda.

leggendo il titolo del nuovo libro di Massimo Gramellini e Chiara Gamberale è difficile non riportare alla memoria il testo della famosa canzone di Battiato “Perchè sei un essere speciale ed io, avrò cura di te” che ha fatto palpitare un generazione intera (e continua tutt’ora), ma non bisogna cadere nell’inganno e ritenere che questo libro narri di una smielata storia d’amore e basta. La storia d’amore c’è, ma è finita, conclusa, game over e, come tutti gli epiloghi drammatici, si rivelerà presto un prezioso punto di partenza per la nostra protagonista, Giò.
Il romanzo è ambientato in una Roma contemporanea che fa da sfondo alla vita di Gioconda, una professoressa che sta ancora portando via la sua roba da quella che una volta era la sua casa, la sua vecchia vita coniugale e deve fare i conti con la morte della nonna, le rocambolesche esperienze della madre, un’amica con con un cuore diviso a metà e un padre che è sempre stato in disparte per non disturbare le persone che lo circondavano.
Il giorno di San Valentino, Giò trova un biglietto, scritto dalla defunta nonna al suo angelo custode e in un disperato tentativo di trovare conforto e, probabilmente, aiuto, decide di scrivere anche lei una lettera al suo angelo.Inaspettatamente, lui, Filèmone, risponde.

“Mi sento una vittima…di quella stessa rivoluzione scatenata da me.”

Non aspettatevi un trattato di parapsicologia o di religione, gli scrittori ci trascinano nella metafisica degli Innamorati eterni, in un “Chissà dove” non precisato da cui fanno provenire i nostri custodi. Un modo originale, ma allo stesso tempo neutrale e semplice per figurarci il luogo di appartenenza di questi spiriti. Grazie a questo particolare rapporto epistolare Giò, non senza incontrare difficoltà, ritroverà la fiducia nell’amore e nella vita,grazie ai consigli e alle preziose illuminazioni di Filèmone, l’angelo che l’ha scelta per un motivo ben preciso, che sarà uno dei colpi di scena migliori del libro.
In conclusione, con questo libro ho rivalutato totalmente la canzone di Battiato, che ho sempre ritenuto un inequivocabile messaggio d’amore, e l’ho catalogata come la canzone perfetta che un angelo potrebbe decidere di dedicare al/alla suo/a protetto/a, se volete sapere il perchè leggete il libro, poi prendete il vostro mp3 e fate partire la canzone, vi accorgerete di come gli angeli, a volte, possano comunicare nei modi più svariati.

“Tutto è perfettamente e giustamente complicato”

In linea di massima il libro è molto scorrevole, scritto con uno stile adeguato, non pomposo ma ben articolato. Interessante l’idea del “cammino di fede” in sè stessi guidati dal proprio angelo custode, che dona al libro quel tocco di profondità in più, presente soprattutto nei discorsi di Filèmone, che lo pongono certamente ad un discreto livello di considerazione.
Scelta molto ben ponderata il carattere di Giò, nel quale molti potrebbero, o dovrebbero,facilmente immedesimarsi, soprattutto nell’affrontare il tema del “There’s no revolution without acceptation”, per essere un po’ più sentenziosi, cioè : non puoi pretendere di cambiare ciò che ti circonda se prima non lo accetti così com’è, tema centrale del racconto. Consigliato a chi ha appena chiuso capitoli spinosi della propria vita e vuole rivedere le proprie prerogative in modo leggero ma conciso.

TITOLO: Avrò cura di te

AUTORI: Massimo Gramellini e Chiara Gamberale

PUBBLICATO DA: Longanesi

COLLANA: La Gaja scienza

PAGINE: 250

PREZZO: € 16,00 (cartaceo) € 9,99 (E-book)

GENERE: narrativa contemporanea

PUBBLICAZIONE: Novembre 2014

ISBN: 978-88-304-4193-4

VOTO : ★★★✩✩

Il tunnel, Sabato

Dal titolo potrebbe sembrare che voglia raccontarvi di una sbornia del Sabato sera, sbagliato.

Il tunnel è il titolo di un magnifico libro di Ernesto Sabato, scrittore purtroppo poco conosciuto nel nostro Paese, originario di Buenos Aires, che scrisse questo capolavoro nell’ormai lontano 1948.

Camus restò ammirato dalla sua secchezza e intensità,

Mann impressionato,

Greene stupito per la magnificenza dell’analisi psicologica.

Se avete anche solo una vaga idea di chi fossero questi tre baldi signori qui sopra allora sarete già curiosi di saperne di più su questo libro che, a  quanto pare, sconvolse anche le menti più brillanti.

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…In ogni caso c’era un solo tunnel, buio e solitario: il mio.

Io non so come scegliate se comprare o meno un libro in libreria, ma io ho un metodo che, fino ad ora almeno, non mi ha mai tradita: apro una pagina a caso e inizio a leggere e, se mi piace, lo porto a casa con me.

Ricordo ancora distintamente la frase che lessi aprendo a caso le pagine di questo libro:

è esistita una persona che mi potrebbe capire. Ma fu, precisamente, la persona che ho ucciso

Inutile stare a spiegarvi quanta curiosità si innestò in me in quel frangente, anche perchè, scorrendo le pagine, sempre più elementi catturavano la mia attenzione.

La trama non è molto complessa, anzi: il protagonista è un certo Juan Pablo Castel, pittore di discreta fama che vive a Buenos Aires, ma che sente (come la maggior parte degli artisti) che le sue opere non sono capite fino in fondo dal pubblico; finchè un giorno, ad una mostra, nota una donna che fissa un certo dettaglio di un suo quadro e da quel momento Castel inizia a desiderare la donna, ad amarla, ad odiarla e infine a diventarne ossessionato al punto di arrivare ad ucciderla. Tranquilli, non vi ho rovinato il finale del libro. La particolarità della storia sta infatti nel partire dalla fine, per risalire il fiume di eventi e pensieri che il protagonista narra e dispiega con psicotica lucidità. Sembra quasi di sentire i suoi nervi tendersi e poi rilassarsi nel ricordare i momenti oscuri e quelli brillanti della sua tragica storia d’amore.

Ma non è tutto qui, non sono solo i malsani e contorti sillogismi del protagonista a dar lustro alla storia, c’è da considerare la magnifica abilità di scrittura di Sabato, che non ci porta semplicemente “nel suo libro”, ma nel suo tunnel, sotterraneo, subcosciente, a tratti delirante ma mai fuori dagli schemi di una sintassi perfetta, scorrevole come se ogni parola fosse ricavata da seta leggera. Come un bambino che gioca con un aquilone e ne trattiene a sè il filo e a tratti lo rilascia facendolo volteggiare nel vento, così Sabato gioca con l’attenzione del lettore che si trova ad essere quasi egli stesso soggetto ai vaneggiamenti  del protagonista, scaraventato in un mondo allucinato/allucinatorio tra realtà e ossessione.

Se non vi ho ancora convinti a comprarlo, vi posto una foto dell’autore che fa gli occhi dolci:

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Allora? Che aspettate a segnarvelo sulle agende?

TITOLO: Il Tunnel

AUTORE: Ernesto Sabato

PUBBLICATO DA: Feltrinelli

COLLANA: Universale economica

PAGINE: 160

PREZZO: € 7,60

GENERE: Letteratura contemporanea / Romanzo psicologico

PUBBLICAZIONE: 2010

ISBN : 9788807721847

 Un voto? ★★★★★ (cinque su cinque pieno, 30 e lode)

Hanna Ira is here.

Apro questo blog, questa pagina web, questa finestra interconnessa o, più sinceramente, questo raccoglitore di chiacchiere, in un’ uggiosa serata bolognese, con un mal di testa ormai cronico e una gran bella nottata davanti.

Onestamente, prima di questo blog non ricordo nemmeno quando sia stata l’ultima volta che ho scritto qualcosa su internet, probabilmente dovrei sforzarmi e tornare ai tempi del buon vecchio MSN, ma in tal caso, dato che per forza di cose dovrei tornare ai miei quattordici anni, è meglio che non mi sforzi. Tutti fanno qualcosa di brutto a quattordici anni; io, per quanto mi riguarda avevo un blog di MSN ridicolo e penoso QUINDI, prima che impari a rendere così anche questo blog nuovo di zecca, forse è meglio cambiare argomento.

Bene, bene…di cosa tratterà questo blog?

è stata la domanda con la quale mi sono trastullata nelle ultime tre ore e, pensandoci bene, forse non ci ho nemmeno pensato abbastanza. Ma quando mai pensare troppo ha fatto bene alla salute?

E allora partiamo subito con il dire che questo blog non tratterà della mia vita, nè di quella dei miei amici, nè di quella di qualche personaggio famoso (però mi aveva sfiorata l’idea di fare un blog su Maurizio Costanzo e la sua prodigiosa vita), nè della situazione politica in Italia, in Palestina o in Mozambico.

Sarà semplicemente una sorta di “magazine”, in questo caso un web magazine, di:

– Letteratura

– Musica

– Film

– Varie ed eventuali (?)

– Si accettano sugerimenti.

No, l’ultima non è vera.

E chi sono io per scrivere di ciò?Nessuno, esattamente come tutti gli altri, e non sarà perchè scrivo due righe su un blog che crederò di essere una scrittrice/critica/intellettualoide/sotuttoio,cito Fight Club

” Infilarti le penne nel culo non farà di te una gallina”,

perfettamente d’accordo.

Sono una semplicissima studentessa di lettere, gran lettrice, buon gustaia in fatto di film e, a mio parere, anche di musica che vuole condividere i propri pareri e le proprie critiche (perfettamente opinabili) con altre persone. E poi, diciamo la verità, l’inverno è ancora lungo, fuori pioverà tanto, sarà molto freddo e io, qui, come voi lì, devo pur ammazzare il tempo.