Ecco com’è studiare lettere oggi.

Se siete tra quelli che ci hanno fatto un pensierino e poi hanno optato per altre opzioni, o se siete tra chi sta ancora valutando, o addirittura chi ha già valutato e scelto questo percorso, forse questo articolo vi potrà interessare. Sto parlando di tutti voi che in un modo o nell’altro volete sapere com’è studiare lettere nel 2016.

Onestamente, l’idea di questo articolo mi è venuta questa mattina, proprio mentre ero a lezione, ma su questo punto ci tornerò dopo.

Sono incerta sulla categoria da attribuire a questo testo…è una recensione?  Si possono fare recensioni sulla vita, sull’università?

A quanto pare lo sto facendo.

Non potete capire da quanto tempo desiderassi di raccontare a qualcuno come ci si sente a

studiare         lettere         moderne

a Bologna, perché è giusto anche darvi più o meno un’idea dell’ambiente e , sopratutto, serve a non generalizzare troppo. Dico “troppo” perché parlando con diversi colleghi di altre città mi è parso di percepire le mie stesse impressioni. Ma veniamo a noi.

La sottoscritta è, sulla carta, all’ultimo anno di lettere moderne in quel dell’Alma mater studiorum.

Essendo quindi due anni abbondanti che sono immersa in questo ambiente, forse sono abbastanza autorizzata ad essermi fatta un’opinione a riguardo.

Quando mi sono iscritta all’università non avevo nessun tipo di aspettativa, si può quindi dire che il mio sia un giudizio neutro visto che non ho collezionato miti sfatati o ideali realizzati. Semplicemente, iscrivendomi, ero contenta di starlo facendo e, oltre all’esperienza accademica ero in generale molto contenta dell’esperienza di vita che avrei affrontato a Bologna.

Appunto, Bologna: parliamone qualche riga.

Bologna per me è stata come una mamma, perché ho sempre visto i suoi lunghi portici più come delle braccia calde in cui ripararsi dal freddo che come meri aspetti architettonici. Non voglio sponsorizzare la mia università, ma se state valutando una città in cui fare l’università -qualsiasi facoltà- Bologna è un’ottima scelta, per diversi motivi:

  1. Quando camminate per strada, sopratutto nei quartieri universitari, vi sembrerà di essere nella pubblicità dell’acqua Lilia; sapete quella pubblicità dell’acqua minerale dove sono tutti giovani perché bevono l’acqua Lilia? Proprio così. Vi sembrerà di essere in una città dove hanno scoperto il siero della giovinezza, sono tutti ragazzi e, se anche vi dovesse capitare di incrociare qualche persona agée vi posso assicurare che avrà del giovanile.
  2. E’ tutto a portata di mano. Anche se abitate dall’altro lato della città rispetto all’università, raggiungerla non sarà mai un problema.Come, per esempio, nel mio caso, ma ogni mattina in 15 minuti scarsi -a piedi- riesco ad essere davanti all’aula. Com’è possibile? E’ possibile perché il centro di Bologna, quello dove sono università, locali, biblioteche, aule studio, ma anche la maggior parte delle case degli studenti, non è molto grande e per di più è tutto in pianura, spostarsi è davvero veloce. Se proprio siete pigri, poi, ci sono sempre bici e autobus, entrambi non fattibili: di più.
  3. E’ organizzata per gli studenti. Se siete studenti, a Bologna di certo non vi mancheranno le convenzioni fatte ad hoc per voi. Nel quartiere universitario, muniti di badge, il caffè lo prendete a 60 centesimi, se volete andare al cinema, ogni martedì per gli studenti costa qualcosa intorno ai 4€ e se avete voglia di fare festa, la sera, è pieno di cicchetterie e bar che fanno drink a prezzi molto molto accessibili.Per non parlare dei negozietti che stanno aperti fino a tardi che vendono bottiglie di alcolici sotto i 5€.

Purtroppo, questo punto appena indicato è anche un po’ una pecca, perché a causa di questo essere eccessivamente convenienti, Bologna è una pacchia per le persone “diversamente adattate”. Vi dirò di più, in certe situazioni ed in certi luoghi, rasenta lo squallido. Ecco perché è importante scegliere bene i luoghi che volete frequentare e il vostro modo di viverla (ma questo, vale un po’ per tutte le grandi città).

Non vi sto a parlare di quante aule studio, copisterie, cartolibrerie e supermercati ci sono mediamente per zona. Tanti, perché appunto, è una città pensata per gli studenti.

Il vero problema di Bologna, che io ho vissuto in pieno, è la scarsità di case per studenti.

Negli ultimi anni c’è stato infatti un vero incremento di iscritti all’università di Bologna e questo ha portato ad una specie di “sovraffollamento”. Praticamente la situazione è: ci sono tanti studenti e poche case. E visto che ci sono poche case i prezzi si alzano.

Ps: IO CI HO MESSO UN ANNO E MEZZO A TROVARE UNA CASA DEFINITIVA!

Detto ciò, veniamo al dunque. Ero a lezione di geografia…

e mi stavo vergognando degli appunti che stavo prendendo.

Il problema, per molte materie di lettere è che sono estremamente teoriche ed implicano uno studio e un apprendimento totalmente passivo.

In geografia, mi sono trovata a scrivere di come i pinguini siano stati infettati da alcune malattie dagli esseri umani che hanno visitato l’antartico nei decenni passati. Interessante.

Ma niente che una persona non possa assimilare anche meglio guardando una puntata di Cosmos.

Me la sono presa con la geografia, ma ci sono tantissimi altri corsi la cui utilità è rivolta solo verso coloro che anelano all’insegnamento.

Io personalmente non voglio insegnare e come me, ci sono tantissime altre persone che si sono iscritte all’università per fare altro perché, credetemi, si può fare veramente qualcosa di diverso dall’insegnare, con una laurea di lettere in mano.

Ed io e tutte le persone che non vogliono proseguire con l’insegnamento siamo obbligati a seguire corsi e dare esami che non ci saranno mai utili, mentre siamo costretti ad accontentarci di esami “con meno rilievo” che in realtà al giorno d’oggi dovrebbero avere un ruolo di prim’ordine.

Come informatica.

Come la semiotica.

Come l’informatica umanistica.

Come teorie e sistemi dei nuovi media.

Questi corsi, che non superano i 6 crediti l’uno (rispetto ai 12 di geografia) sono facoltativi, quindi uno studente deve sceglierli da sé, ma ricordandosi che in un anno può accumulare fino ad un massimo di 12 crediti a scelta, il che vuol dire solo due corsi.

Due corsi, che probabilmente si accavalleranno a livello di orari con corsi che invece sono obbligatori e la cui frequenza è indispensabile.

Tutto questo per dire che l’attuale facoltà di lettere ha dei programmi che sono completamente da rivedere e modificare, perché è rimasta una facoltà anni 90, dimenticandosi che ormai siamo vicini all’anno 2020.

Ecco, se vi volete iscrivere a lettere perché vi piace scrivere o semplicemente pensate di potervi applicare in qualcosa per dare spazio alla vostra creatività, sappiate che vi faranno passare la voglia.

In tre anni di lettere ho fatto un solo compito scritto il cui voto non era rilevante ai fini del voto complessivo finale.

E tutti i corsi che frequenterete vi daranno un’impostazione talmente accademica che farete fatica ad accantonare e sarà la fine di tutte le vostre idealizzazioni.

Hanno ragione quando dicono che alcune cose potreste tranquillamente impararle da casa muniti di PC, non tutto, ma alcune cose sì.

Per questo, se siete o sarete uno studente di lettere dovrete abituarvi ad essere tacciati di stare facendo un’università che serve solo ad arricchire il proprio bagaglio culturale, ma che di pane, in tavola, ne porta poco.

Studiare lettere, insomma, non è per niente semplice. Se riuscirai a sopravvivere a tutte le persone che ti guarderanno come se avessi una malattia rara nel pronunciare la frase “Io studio lettere”, sarai già molto fortunato.

Se riuscirai a sopravvivere a tutte le persone che ti diranno “E quando arrivi alla Z cosa studi?”, sarai ancora più fortunato.

Se riuscirai a sopravvivere un giorno, senza impazzire, sapendo che sei circondato da lupi che vogliono il tuo stesso pezzo di carne, sarai fortunato.

Voglio fare un appello a tutti quelli che non studiano lettere ma fanno una facoltà scientifica.

Voi siete molto fortunati.

Molto, molto fortunati, sì.

Perché al contrario mio vi siete interessati di qualcosa che semplicemente è di carattere scientifico e per questo, solo per questo, non dovete subire nessun tipo di pressione psicologica da parte delle persone che vi circondano.

Come se fosse lecito subire pressioni psicologiche da persone X o Y in merito ad una scelta di vita personale.

Purtroppo il mondo odierno gira grazie al disprezzo che alimentiamo verso cose che semplicemente non ci competono.

Voi, cari non-studenti-di-lettere, siete segretamente orgogliosi di essere non-studenti-di-lettere.

E mi sta bene, perché anche io sono orgogliosa di essere una non-studentessa-di-materie-scientifiche.

Ma cari, la prossima volta che state per scagliare la pietra contro uno studente di lettere, ricordatevi due cose:

  1. State per giudicare una scelta di vita altrui, che detto molto schiettamente non sono cazzi vostri.
  2. Uno studente di lettere può risultare molto aggressivo visto che lo studente in questione si ritrova spesso a ripetere esami che molto probabilmente non serviranno a nulla nell’arco della sua carriera ma che comunque lui deve dare e bisogna dire che questi esami corrispondono spesso con quelli di latino e che questi esami sono stressanti stressanti stressanti e non ce la puoi proprio fare dopo un tot a sopportare gli esami e le teste di cazzo che ti ripetono che la tua facoltà non porta il pane sulla tavola e tu continui a ripeterti in testa che non è vero e che soprattutto come si permette questo qui di dirmi che quello che sto facendo è inutile o addirittura solo una mera voglia di avere un bagaglio culturale e che se voglio tutti quei libri li posso leggere anche senza iscrivermi all’università che se non sono bravo a fare i conti alla fine della fiera non posso fare altro che la salumiera che tutto sommato è comunque un lavoro dignitoso ma che comunque non voglio fare perché io sono un cazzo di studente di lettere e voglio portare avanti non le mie passioni che lo voglio confessare la mia vera passione sono le merendine e il gioco dell’oca ma voglio portare avanti quello per cui ho studiato quello per cui mi sono fatto massacrare di risolini commenti statistiche percentuali i vostri numeri del cazzo teneteli nei libri di analisi uno e due e tre che io ho il mio dizionario e il mio pasolini e il mio lucrezio ma soprattutto ho il vocabolario di latino nello zaino e quando mi scagli la tua pietra stai attento che possono arrivarti sui denti due chili e mezzo di Campanini-Carboni.stronzo.
  3. Come avete potuto notare da questo straordinario flusso di coscienza uno studente di lettere spesso e volentieri è molto incline ad essere vicino a quello che oggi la società chiama volgarmente psicopatico, ma state tranquilli, se vi tenete i vostri commenti totalmente superflui e fuoriluogo in tasca non dovrebbe mordere e soprattutto non dovrebbe scaraventarvi contro nulla che non siano le sue già abbondanti frustrazioni personali perché, vi rivelo un segreto, lo studente di lettere lo sa che se andava a fare medicina o ingegneria gestionale faceva tutti più contenti, ma lo studente di lettere se ne sbatte alla minchia e va a fare semplicemente quello per cui si sente più portato perché semplicemente vuole fare il giornalista, il professore, il ricercatore,  l’editore,il pubblicitario. E non è che “fa spendere i soldi ai genitori” per inseguire le sue passioni, perché se pensate che la passione sia spaccarsi un semestre intero per latino o per letteratura o per informatica (“wewe informatica” “ma no” “eh già”) allora avete una concezione di passione che porterebbe ad assimilare materie come chimica, analisi e fisica a passioni -che, in alcuni casi è anche così, ma non esageriamo nemmeno-. Se sapeste l’etimologia della parola passione, magari…

Tornando indietro, sceglierei ancora questa facoltà?

Probabilmente sì. Ci ho pensato a lungo prima di scegliere a tutte le possibili opzioni, tant’è che feci anche un corso per il test di ingresso a medicina però…

però niente. Avevo degli obiettivi, che conservo tuttora e che conserverò fino alla fine .

Insomma, per fare questa facoltà, si deve essere davvero forti e non bastano passione o voglia di imparare; perciò se ci state pensando, chiedetevi prima se siete pronti.

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Una storia che ha inizio ieri: Avrò cura di te, recensione.

Il giorno di San Valentino, Giò trova un biglietto, scritto dalla defunta nonna al suo angelo custode e in un disperato tentativo di trovare conforto e, probabilmente, aiuto, decide di scrivere anche lei una lettera al suo angelo.Inaspettatamente, lui, Filèmone, risponde.

“Ti sei mai chiesta perchè le corde suonano, Giò? Fanno resistenza alla pressione. E’ da quella resistenza che nasce la musica.”

Gioconda,detta Giò, è una professoressa del liceo, neo-separata, “distratta da niente, irritata da tutto”, che intraprende un rapporto epistolare con il proprio angelo con la “a” minuscola.Un rapporto che la porterà a ritrovare la vera sè stessa e a capire e accettare il mondo che la circonda.

leggendo il titolo del nuovo libro di Massimo Gramellini e Chiara Gamberale è difficile non riportare alla memoria il testo della famosa canzone di Battiato “Perchè sei un essere speciale ed io, avrò cura di te” che ha fatto palpitare un generazione intera (e continua tutt’ora), ma non bisogna cadere nell’inganno e ritenere che questo libro narri di una smielata storia d’amore e basta. La storia d’amore c’è, ma è finita, conclusa, game over e, come tutti gli epiloghi drammatici, si rivelerà presto un prezioso punto di partenza per la nostra protagonista, Giò.
Il romanzo è ambientato in una Roma contemporanea che fa da sfondo alla vita di Gioconda, una professoressa che sta ancora portando via la sua roba da quella che una volta era la sua casa, la sua vecchia vita coniugale e deve fare i conti con la morte della nonna, le rocambolesche esperienze della madre, un’amica con con un cuore diviso a metà e un padre che è sempre stato in disparte per non disturbare le persone che lo circondavano.
Il giorno di San Valentino, Giò trova un biglietto, scritto dalla defunta nonna al suo angelo custode e in un disperato tentativo di trovare conforto e, probabilmente, aiuto, decide di scrivere anche lei una lettera al suo angelo.Inaspettatamente, lui, Filèmone, risponde.

“Mi sento una vittima…di quella stessa rivoluzione scatenata da me.”

Non aspettatevi un trattato di parapsicologia o di religione, gli scrittori ci trascinano nella metafisica degli Innamorati eterni, in un “Chissà dove” non precisato da cui fanno provenire i nostri custodi. Un modo originale, ma allo stesso tempo neutrale e semplice per figurarci il luogo di appartenenza di questi spiriti. Grazie a questo particolare rapporto epistolare Giò, non senza incontrare difficoltà, ritroverà la fiducia nell’amore e nella vita,grazie ai consigli e alle preziose illuminazioni di Filèmone, l’angelo che l’ha scelta per un motivo ben preciso, che sarà uno dei colpi di scena migliori del libro.
In conclusione, con questo libro ho rivalutato totalmente la canzone di Battiato, che ho sempre ritenuto un inequivocabile messaggio d’amore, e l’ho catalogata come la canzone perfetta che un angelo potrebbe decidere di dedicare al/alla suo/a protetto/a, se volete sapere il perchè leggete il libro, poi prendete il vostro mp3 e fate partire la canzone, vi accorgerete di come gli angeli, a volte, possano comunicare nei modi più svariati.

“Tutto è perfettamente e giustamente complicato”

In linea di massima il libro è molto scorrevole, scritto con uno stile adeguato, non pomposo ma ben articolato. Interessante l’idea del “cammino di fede” in sè stessi guidati dal proprio angelo custode, che dona al libro quel tocco di profondità in più, presente soprattutto nei discorsi di Filèmone, che lo pongono certamente ad un discreto livello di considerazione.
Scelta molto ben ponderata il carattere di Giò, nel quale molti potrebbero, o dovrebbero,facilmente immedesimarsi, soprattutto nell’affrontare il tema del “There’s no revolution without acceptation”, per essere un po’ più sentenziosi, cioè : non puoi pretendere di cambiare ciò che ti circonda se prima non lo accetti così com’è, tema centrale del racconto. Consigliato a chi ha appena chiuso capitoli spinosi della propria vita e vuole rivedere le proprie prerogative in modo leggero ma conciso.

TITOLO: Avrò cura di te

AUTORI: Massimo Gramellini e Chiara Gamberale

PUBBLICATO DA: Longanesi

COLLANA: La Gaja scienza

PAGINE: 250

PREZZO: € 16,00 (cartaceo) € 9,99 (E-book)

GENERE: narrativa contemporanea

PUBBLICAZIONE: Novembre 2014

ISBN: 978-88-304-4193-4

VOTO : ★★★✩✩

3- IL PASSEGGERO.

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Siamo tutti, almeno una volta nella vita, i passeggeri sbagliati sui treni sbagliati.
Riccardo era il passeggero sbagliato della sua vita.
Mentre sedeva sul sedile, lo sguardo perso fuori dal finestrino, rifletteva proprio su questo.
In verità, a guardarlo, non sembrava stesse osservando il paesaggio, bensì pareva assistere alla proiezione di un film e si trovasse, più precisamente, nel momento in cui il protagonista svela il mistero della storia lasciando il pubblico sconvolto.
Eccolo lì Riccardo, che svelava a sè stesso di essere stato sempre nelle stazioni sbagliate, sui binari sbagliati.
Gli episodi della sua vita sbattevano forte contro il finestrino del treno, esitavano un momento, il tempo di farsi riconoscere da lui, e poi scivolavano via con la velocità, il paesaggio, i binari, le stazioni.

STAZIONE DI ******.
“Ascoltami, Riccardo. Io ti voglio bene, ma se vai via anche questa volta, se mi deludi di nuovo così, io non ci sarò più per te. Abbi cuore, non buttare tutto all’aria anche stavolta.”
No, non buttò tutto all’aria quella volta, ma la volta successiva sì, e prese il cappotto, la valigia, raccolse da terra lo straccio del suo coraggio e andò via con un treno.

STAZIONE DI **********.
“Riccardo questo non va bene, lo so che ci hai già provato altre volte, lo so che ci metti impegno e magari, chissà, provando ancora riusciresti a far funzionare le cose però…non mi pare il caso di farti perdere tempo per continuare a tentativi, evidentemente, semplicemente, non ci riesci.”
Lì la situazione era insostenibile, le sue armi erano armi bianche, innocue, lame troppo poco affilate per provare a reagire; sapeva che anche quello era un treno sbagliato.

STAZIONE DI *********.
Tra gli scaffali della sua nuova casa trova una foto: loro due insieme, abbracciati, l’amava? Sì, ed era andato via.
La nostalgia gli fece compagnia nel letto per tutte le notti che mentì a sè stesso dicendo di non sentire la sua assenza. Poi iniziò ad averla accanto anche sul divano, mentre faceva il caffè, mentre faceva scorrere l’acqua per il bagno, quando guardava le mani di un’altra donna.
E quella foto sullo scaffale si consumò a furia di starla sempre a stropicciare.
Finchè, un giorno, riprese la sua valigia semi-vuota e prese il treno che l’avrebbe riportato da lei.
A metà viaggio si accorse che la sua valigia non era semi-vuota, era fin troppo piena: carica di una vita affannata, mutevole, dove troppe cose si evolvevano in archi di tempo troppo brevi. Non poteva tornare e aprire quella valigia, la sua nuova vita non poteva essere contenuta in quella vecchia.
Alla stazione successiva cambiò treno e tornò indietro.

STAZIONE DI M*******

Monteira era il posto che Riccardo aveva scelto per passare il resto della sua vita, la sua era stata una scelta definitiva. Era una città, su una collina, vicino al mare.
Un posto tranquillo in inverno e vivace in estate.
Riccardo l’aveva scelto per un vecchio muro mezzo franato alle pendici di un vallone. Era un posto insolito, difficile da notare nonostante non fosse così distante dal centro della città.
Il muro doveva appartenere ad un edificio che negli anni precedenti era franato giù per il colle. Riccardo si rivedeva in quel muro: un superstite, un resto, un elemento inappropriato, un residuo. Da nessun altra parte aveva sentito una sensazione di consapevolezza come in quel preciso posto e per questo aveva deciso di restare.
Col tempo e gli impegni che lo riempiono però, finì per dimenticare il muro sul vallone, iniziando a vivere a Monteira per abitudine.
Ogni giorno era la stessa routine, si creò un giro di amici, un giro di locali, un giro di prostitute, un giro di alcoolici. E ricordò con esattezza il giorno in cui andò a comprare i ganci per appendere i canovacci in cucina. Quando si ritrovò ad attaccare l’ultimo gancio di una serie da quattro si rese conto di quanto fosse caduto in basso, povero uomo, di quanto la sua vita fosse triste e, in definitiva, solitaria; nemmeno la nostalgia tornava più a trovarlo da diversi anni. Una vita monodose come i cibi della sua dispensa, monouso come tutti gli accessori sparsi nell’appartamento. Si guardò intorno a fissare i muri bianchi, le tende sporche:per un attimo immaginò che fossero sporche perchè erano i catalizzatori della sua sporcizia interiore. Ne fu disgustato.

E proprio su quel treno,a quella stazione, Riccardo capì che nella sua vita ogni stazione era un nuovo sbaglio ed ogni treno il mezzo più veloce per compiere quello successivo. Lui? Lui era il passeggero che sarebbe stato sempre sbagliato, per cui il treno giusto non esisteva.
Si sentì mancare per il dispiacere, se così si può chiamare quel sentimento che attanaglia lo spirito nel momento in cui realizziamo che è troppo tardi per tornare indietro, per venire rimborsati del nostro biglietto.
Il treno sul quale si trovava rallentò, i freni stridettero come qualcosa nel cuore di Riccardo, si fermò.
Riccardo prese la sua valigia, la sua giacca, corse alla porta più vicina, scese dal treno.
Il panico gli tenne un’imboscata proprio sotto l’ultimo scalino. La paura di aver perso, o di essere sceso troppo presto dal treno giusto gli si avvolse intorno alla gola facendogli mancare il respiro.
Era distratto quando passò davanti al cartello “STAZIONE DI MONTEIRA”.

Foto e testo: Hanna Ira, tutti i diritti riservati.

2. Testa

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Nella notte, gli amanti si stringono tra le cortine voluttuose della loro passione:lenzuola per l’amore.
Nella notte, le mani possono stringersi al punto da diventare gli strumenti coi quali i cuori affannati vagano tra le fitte nebbie dei sentimenti, torcie inestinguibili nel buio delle paure.
Nella notte, due vecchi amanti che un tempo si stringevano forte

-le mani, i fianchi, le paure-

stanno nello stesso letto, così tante volte amabilmente condiviso, a separare meticolosamente i propri pensieri fittamente intrecciati.
Cosa si dicono due vecchi cuori nella notte?
Quali sono i loro desideri?
I dolci ricordi sono stati attaccati al soffitto.
Stelle luminose che illuminano le notti più meste.
Ecco perchè quando si è nel letto, non importa se da soli o in compagnia, non è mai troppo strano ritrovarsi a fissare un soffitto: esso è il posto dove attacchiamo le nostre memorie, tutte accuratamente disposte caoticamente, casualmente, sulle nostre teste, cieli del passato a cui così tante volte ci ritroviamo ancorati.
I vostri ricordi non sono rovine perdute nel deserto, sono case, edifici immensi o anche estremamente piccoli e fragili, dove accorrete a bussare per entrare, cercare qualcosa ed infine uscire. Città monumentali sono presenti nelle vostre teste, sui vostri soffitti…se solo esistesse una forza dell’ordine in queste città per evitare di frequentare ancora certi luoghi tristi presenti in esse. Purtroppo però, in questi strani e onirici posti le uniche forze presenti sono quelle del Dis-ordine.

Lei si gira su un fianco, gli da le spalle, è stanca di guardare i suoi ricordi sul soffitto.
Lui indugia ancora qualche secondo, sospira, si gira verso lei e le passa un dito sulla schiena.
Piano.
Piano.
Come se lei avesse la colonna vertebrale più delicata di tutte, come se stesse sfiorando un’evanescenza.
Teme che lei lo senta, mentre pensa ai balli scatenati e alle musiche frastornanti che un tempo ballarono insieme.
Ad un tratto lei gli afferra la mano, lo tira verso di lei, dolcemente, accarezza le sue dita e poi gli stringe la mano. Piano, come se le sue ossa fossero di vetro.

“Mi manchi”
Gli dice parlando da dietro il muro della sua città fantasma.
“Mi manchi ogni giorno.”

Lui capisce e sa, ma lascia che lei gli tenga la mano in quel modo molliccio, lascia che si senta distante, lascia che le sembri che a separarli non ci sia solo un cuscino , ma un universo intero,lascia che avvenga un terremoto tra i suoi ricordi, nel suo cuore. Poi, quando ad essere vittime di una pioggia di lame iniziano ad essere i suoi pensieri, ritira il braccio, si gira dall’altro lato.
Le loro schiene si guardano, si amano, si sono innamorate a vicenda per il tempo passato ad osservarsi in quella posizione.
Quando è passata già una buona manciata di tempo lui sta fissando il buco della serratura della porta
-è lì che si nasconde quando vorrebbe scappare- e ripete
“Mi manchi ogni giorno anche tu.”
Ma solo nella sua testa.

Foto e testo: Hanna Ira. Tutti i diritti riservati.

Per usare foto o testo chiedere a me.

Sconsigliato n°1. Di me diranno che ho ucciso un angelo.

Una luna solitaria nel cielo. Un tram con a bordo una ragazza brilla e confusa di ritorno da una festa, un angelo le siede accanto e inizia raccontarle la sua storia d’amore: un amore dissennato, impossibile e forse proprio per questo, vero.

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Aurora è la tipica sedicenne odierna: arrabbiata col mondo, ribelle e, ovviamente, innamorata.Tornando a casa da una festa si ritrova su un tram sospeso nel tempo a fissare la luna solitaria, con uno strano passeggero che inizia a raccontarle la sua storia e il suo amore verso una demone terrestre.
Una demone sì, perchè il suddetto passeggero è un angelo (de)caduto dal cielo in cerca della sua amata, così diversa da lui eppure così tanto desiderata da decidere di rinunciare alla sua immortalità e al suo eterno splendere insieme alle stelle per diventare un umano e poter finalmente vivere con lei il loro amore. È così che tra il fumo delle sigarette e un’alba sospesa nel nulla l’angelo narra alla ragazza i suoi incontri sulla Terra, il sentimento e il senso di appartenenza alla demone, i suoi dubbi, le sue curiosità verso la razza umana che, in fin dei conti, c’entra poco con la storia.

Un fantasy che ha più del fiabesco in sè, una trama poco rifinita, con l’intenzione di voler creare un filo logico-temporale dei personaggi che sorprenda il lettore ma che, putroppo, fallisce miserevolmente e si consuma nella banalità di alcuni pensieri e nello stile limitato del libro.

Partiamo dal presupposto che siamo davanti al libro di una scrittrice molto giovane, ancora acerba, ma che COMUNQUE ha pubblicato un libro, il che non è poco per una ventenne. Purtroppo, questo basta in ogni caso a giustificare poco ,o quasi per niente, la totale inesaustività del libro: sia dal punto di vista tecnico, morfologico e sintattico, sia dal punto di vista della profondità e del senso generale della storia, molto velato.
Si arriva alla pagina finale con una smorfia di disappunto e interdizione sul viso, si cercano pagine successive più esplicative, che diano alla storia una vera continuità, ma si resta delusi nel trovare solo l’indice e i ringraziamenti finali.
La trama può anche avere del potenziale, dell’interessante, alcuni escamotages allegorici possono essere degni di nota positiva, ma il tutto si conclude in una bolgia di dubbi e piccole banalità senza peso.Insomma, di me diranno che ho ucciso un libro, ma non ho avuto scelta. Voto due, per la fiducia in un futuro migliore.

Titolo: Di me diranno che ho ucciso un angelo

Autore: Gisella Laterza

Pubblicato da: Rizzoli

Collana: Rizzoli narrativa

Pagine: 180

Prezzo : € 15,00 (cartaceo) € 10,99 (E-book)

Genere: fantasy

ISBN: 978-88-58-64598-7

VOTO: ★★✩✩✩

Il tunnel, Sabato

Dal titolo potrebbe sembrare che voglia raccontarvi di una sbornia del Sabato sera, sbagliato.

Il tunnel è il titolo di un magnifico libro di Ernesto Sabato, scrittore purtroppo poco conosciuto nel nostro Paese, originario di Buenos Aires, che scrisse questo capolavoro nell’ormai lontano 1948.

Camus restò ammirato dalla sua secchezza e intensità,

Mann impressionato,

Greene stupito per la magnificenza dell’analisi psicologica.

Se avete anche solo una vaga idea di chi fossero questi tre baldi signori qui sopra allora sarete già curiosi di saperne di più su questo libro che, a  quanto pare, sconvolse anche le menti più brillanti.

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…In ogni caso c’era un solo tunnel, buio e solitario: il mio.

Io non so come scegliate se comprare o meno un libro in libreria, ma io ho un metodo che, fino ad ora almeno, non mi ha mai tradita: apro una pagina a caso e inizio a leggere e, se mi piace, lo porto a casa con me.

Ricordo ancora distintamente la frase che lessi aprendo a caso le pagine di questo libro:

è esistita una persona che mi potrebbe capire. Ma fu, precisamente, la persona che ho ucciso

Inutile stare a spiegarvi quanta curiosità si innestò in me in quel frangente, anche perchè, scorrendo le pagine, sempre più elementi catturavano la mia attenzione.

La trama non è molto complessa, anzi: il protagonista è un certo Juan Pablo Castel, pittore di discreta fama che vive a Buenos Aires, ma che sente (come la maggior parte degli artisti) che le sue opere non sono capite fino in fondo dal pubblico; finchè un giorno, ad una mostra, nota una donna che fissa un certo dettaglio di un suo quadro e da quel momento Castel inizia a desiderare la donna, ad amarla, ad odiarla e infine a diventarne ossessionato al punto di arrivare ad ucciderla. Tranquilli, non vi ho rovinato il finale del libro. La particolarità della storia sta infatti nel partire dalla fine, per risalire il fiume di eventi e pensieri che il protagonista narra e dispiega con psicotica lucidità. Sembra quasi di sentire i suoi nervi tendersi e poi rilassarsi nel ricordare i momenti oscuri e quelli brillanti della sua tragica storia d’amore.

Ma non è tutto qui, non sono solo i malsani e contorti sillogismi del protagonista a dar lustro alla storia, c’è da considerare la magnifica abilità di scrittura di Sabato, che non ci porta semplicemente “nel suo libro”, ma nel suo tunnel, sotterraneo, subcosciente, a tratti delirante ma mai fuori dagli schemi di una sintassi perfetta, scorrevole come se ogni parola fosse ricavata da seta leggera. Come un bambino che gioca con un aquilone e ne trattiene a sè il filo e a tratti lo rilascia facendolo volteggiare nel vento, così Sabato gioca con l’attenzione del lettore che si trova ad essere quasi egli stesso soggetto ai vaneggiamenti  del protagonista, scaraventato in un mondo allucinato/allucinatorio tra realtà e ossessione.

Se non vi ho ancora convinti a comprarlo, vi posto una foto dell’autore che fa gli occhi dolci:

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Allora? Che aspettate a segnarvelo sulle agende?

TITOLO: Il Tunnel

AUTORE: Ernesto Sabato

PUBBLICATO DA: Feltrinelli

COLLANA: Universale economica

PAGINE: 160

PREZZO: € 7,60

GENERE: Letteratura contemporanea / Romanzo psicologico

PUBBLICAZIONE: 2010

ISBN : 9788807721847

 Un voto? ★★★★★ (cinque su cinque pieno, 30 e lode)

Hanna Ira is here.

Apro questo blog, questa pagina web, questa finestra interconnessa o, più sinceramente, questo raccoglitore di chiacchiere, in un’ uggiosa serata bolognese, con un mal di testa ormai cronico e una gran bella nottata davanti.

Onestamente, prima di questo blog non ricordo nemmeno quando sia stata l’ultima volta che ho scritto qualcosa su internet, probabilmente dovrei sforzarmi e tornare ai tempi del buon vecchio MSN, ma in tal caso, dato che per forza di cose dovrei tornare ai miei quattordici anni, è meglio che non mi sforzi. Tutti fanno qualcosa di brutto a quattordici anni; io, per quanto mi riguarda avevo un blog di MSN ridicolo e penoso QUINDI, prima che impari a rendere così anche questo blog nuovo di zecca, forse è meglio cambiare argomento.

Bene, bene…di cosa tratterà questo blog?

è stata la domanda con la quale mi sono trastullata nelle ultime tre ore e, pensandoci bene, forse non ci ho nemmeno pensato abbastanza. Ma quando mai pensare troppo ha fatto bene alla salute?

E allora partiamo subito con il dire che questo blog non tratterà della mia vita, nè di quella dei miei amici, nè di quella di qualche personaggio famoso (però mi aveva sfiorata l’idea di fare un blog su Maurizio Costanzo e la sua prodigiosa vita), nè della situazione politica in Italia, in Palestina o in Mozambico.

Sarà semplicemente una sorta di “magazine”, in questo caso un web magazine, di:

– Letteratura

– Musica

– Film

– Varie ed eventuali (?)

– Si accettano sugerimenti.

No, l’ultima non è vera.

E chi sono io per scrivere di ciò?Nessuno, esattamente come tutti gli altri, e non sarà perchè scrivo due righe su un blog che crederò di essere una scrittrice/critica/intellettualoide/sotuttoio,cito Fight Club

” Infilarti le penne nel culo non farà di te una gallina”,

perfettamente d’accordo.

Sono una semplicissima studentessa di lettere, gran lettrice, buon gustaia in fatto di film e, a mio parere, anche di musica che vuole condividere i propri pareri e le proprie critiche (perfettamente opinabili) con altre persone. E poi, diciamo la verità, l’inverno è ancora lungo, fuori pioverà tanto, sarà molto freddo e io, qui, come voi lì, devo pur ammazzare il tempo.