Narcos, ecco perché piace.

Avevo scritto che forse sarei tornata e infatti eccomi qui, di ritorno dalla vita vera, con una nuova sezione di recensioni.

Voglio fare una premessa, è la prima volta che recensisco una serie e non so dire se effettivamente sarà una buona idea o meno, perché un conto è recensire un film, che dura in media un’ ora e mezza, un conto è recensire una serie di puntate che durano (calcolando prima e seconda stagione) quasi venti ore. Per cui, ecco, cercherò di essere il più breve possibile cercando anche di trasmettere il più possibile.

A meno che voi non viviate in una “galassia lontana, lontana…” avrete certamente sentito parlare della serie originale di Netflix, Narcos.

Prima stagione.”Plata o plomo?”

(no spoiler)

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La prima stagione di Narcos è incentrata sull’ascesa del re del narcotraffico Pablo Emilio Escobar Gaviria (interpretato dall’attore brasiliano Wagner Moura) e sulle prime ricerche da parte dei due gringos (americani) agenti della DEA Steve Murphy (anche voce narrante per tutta la serie, interpretato da Boyd Holbrook) e Javier Peña (Pedro Pascal, qualcuno potrebbe ricordarlo per il suo contributo in Game Of Thrones).

La prima puntata ci fa già capire qualcosa delle personalità dei personaggi; Pablo arriva col suo bel camioncino, viene fermato da un manipolo di poliziotti colombiani e arriva la celeberrima battuta “Plata o Plomo?” ovvero “Soldi o piombo?” ovvero “Mi fate passare voi o devo passare da solo?”

OVVIAMENTE

i poliziotti si lasciano corrompere e sono solo i primi di una lunga serie che aiuterà il nostro Pablo a diventare il re indiscusso della cocaina nonché fondatore del cartello di Medellìn. Non pago, il nostro Pablito decide di ficcarsi anche in politica, facendosi strada con svariate opere di bene verso le persone più povere della Colombia,come case in regalo, SOLDI in regalo, diversi discorsi fatti con l’appoggio di persone influenti nel mondo della politica. Tutto sembra andare bene, i soldi della cocaina sono talmente tanti che Escobar è costretto a nasconderli nei posti più impensabili, persino a sotterrarli nel terreno, la campagna elettorale sta dando i suoi frutti, la mogliettina è in attesa di un nuovo bambino ma la polizia (di cui è rimasta una ben misera parte incorrotta) è sulle tracce di prove per testimoniare che l’attuale paladino della Colombia è un narcotrafficante.

La sola prova esistente è una foto scattata a Pablo Escobar all’interno di una stazione di polizia  che era stata nascosta (da poliziotti pagati per farlo ovviamente) in cui il simpaticone sorride placido alla macchina fotografica, nemmeno sapesse già quello che da lì a qualche anno sarebbe successo.

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Pablo Escobar

Bisogna ricordare, prima di tutto, che all’inizio di ogni puntata di Narcos compare scritto che la storia è presa da fatti realmente accaduti, ma che alcuni avvenimenti sono stati modificati o inventati completamente a fini drammatici. Tenete bene a mente questo, perché ci tornerà utile alla fine.

In poche parole, una volta messo piede nella sala del congresso colombiano, Pablo viene cacciato via da un discorso del ministro della giustizia, che lo addita come narcotrafficante, e mostra a tutti la foto (portata alla luce grazie agli sforzi della DEA) dichiarando apertamente guerra al narcotraffico colombiano.

Questo episodio, in realtà, è il momento in cui hanno inizio tutte le tragedie della Colombia.

Escobar si lega al dito la scottante rivelazione fatta davanti a tutti i membri del congresso e soprattutto, il fatto di essere stato escluso e additato come delinquente dal mondo al cui lui tanto anelava, ovvero quello dei paladini del popolo.

Ad Escobar interessa il popolo perché lui stesso viene da lì e si sente un eroe, uno di quei personaggi dei film che da niente riescono ad avere più di quello che avrebbero mai potuto desiderare. Lui è un sognatore ed ogni cosa che sogna si avvera, presto o tardi.

Tutto quello che ho scritto non è esaustivo. Ed è scritto pure male.

Questo perché purtroppo, o per fortuna, Narcos è una serie in cui si intrecciano tantissime storie contemporaneamente e sono tutte collegate tra di loro, non ci sono gradi di separazione, non c’è distanza tra il poliziotto e il narcotrafficante, il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato. Tutti i personaggi sono disposti in cerchio e si guardano negli occhi ed è solo un caso che Pablo Escobar si trovi al centro.

Cosa mi è piaciuto di questa stagione:

  • I dialoghi in spagnolo. Sì, bisogna proprio riconoscerlo, una serie in lingua originale è impagabile a livello di suggestione e questa non fa eccezione.
  • I supporti audiovisivi tratti dalla realtà. Sin dalla sigla ci sono alcune riprese del Pablo Escobar vere e per tutta la serie si alternano spezzoni di notiziari, interviste, foto e filmini presi dalla realtà.
  • La suspense. Quasi ogni puntata l’ho terminata con il classico neon a intermittenza nel cervello che diceva “Voglio vedere cosa succede la prossima puntata”.

Cosa non mi è piaciuto di questa stagione:

  • Le scene di sesso.Ditemi che sono una bigottella, ma far vedere così tanti culi all’aria a me ha sempre saputo di specchietto per le allodole, ovvero quel genere di “trick” cinematografico che non caratterizza la serie, ma che serve comunque ad attrarre anche un certo tipo di pubblico e in generale per attirare l’attenzione. Per fortuna ho notato che questo trucchetto viene adoperato in diverse serie, ma che viene gradualmente messo da parte mano a mano che si va avanti con le stagione. Facciamoci due domande.
  • La voce fuori campo. In tutta la serie è presente la voce fuoricampo dell’agente Murphy che narra le vicende e serve a rendere il tutto un po’ più scorrevole e rapido, bè, inizialmente, tutto ciò non mi convinceva.

Cosa cerca di dirci questa serie?

Per me, cerca di far capire quanto è sottile la linea che divide i sogni dall’essere incubi e viceversa. Quanto, a volte, proprio come Icaro, ci avviciniamo troppo al sole e bruciamo, cadiamo ed è inevitabilmente finita perché siamo uomini.

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E non si può essere in cima per sempre, la forza di gravità è una legge dalla quale nessuno può sfuggire.

Ma per me (lo specifico spesso, lo so) il succo della serie arriva con

La seconda stagione

(spoiler)

La seconda stagione è riassumibile con una sola parola: La caduta.

Pablo, dopo essere scappato dalla sua personalissima e lussuosissima prigione (nella quale si era quasi auto-recluso per rispondere dei crimini commessi nella prima stagione) , si trova ad essere un latitante. Ovviamente, ha ancora molto potere, ma intorno a lui inizia a crearsi il vuoto e, forse, non solo “intorno” a lui.

Sono inutili tutti i tentativi di trattare ulteriormente con lo stato e le forze dell’ordine, nascono nuovi gruppi di paramilitari pronti a dargli la caccia e sono ben disposti a prendere di mira la sua famiglia pur di arrivare a lui.

In questa stagione si farà un bel po’ di pulizia, nel senso che si andranno a scremare tutti quei personaggi che in realtà non avevano un vero senso all’interno della serie.

Sì, muoiono tutti.E’ la stagione dei sopravvissuti.

Questa stagione è una lunga e affannosa corsa verso quello che è il momento clou dell’intera serie: la fine di Pablo Escobar.

A dire la verità, molti miei amici che hanno visto la serie come me hanno fatto una piccola riflessione “E’ leggermente immorale una serie che cerca quasi di far passare per buono il cattivo della situazione.” Quasi.

A mio parere, forse è una delle serie più oggettive sotto questo punto di vista, nel senso:

per me avrebbero potuto calcare ancora di più la mano sugli aspetti emotivi e personali di Escobar, ma non l’hanno fatto. In primo luogo perché altrimenti si sarebbe alzato un polverone in tutta la Colombia, in secondo luogo perché sarebbe venuta fuori una serie finta e in fondo anche naïf,del tutto fuori dagli standard che invece gli autori si erano prefissi inizialmente.

E poi, come dicevo sopra, questa è una serie che parla proprio della miserevolezza del confine tra buono e cattivo e non a caso in questa stagione verranno sconvolti proprio i ruoli dei poliziotti, che da paladini della legge sembra quasi abbiano assorbito i comportamenti e i modi di fare dei narcotrafficanti.

Ma veniamo al dunque E QUINDI alle ultime due puntate, di cui la migliore, per me, è la 2×09. Per tutta la serie non si nomina, non si sente, non si cita, nemmeno si presuppone esista e invece, nella penultima puntata della seconda stagione eccolo qui: il padre di Pablo Escobar. Dov’è stato tutto questo tempo? Dov’era sempre stato, in una fattoria dimenticata dal Signore, in mezzo alle vacche e al niente più assoluto, ovviamente, il posto perfetto dove nascondersi quando si è ricercati da una nazione intera.

Pablo resta diverso tempo alla fattoria del padre, col suo unico compagno rimasto, Limon, fino a quando, un giorno, il padre gli dice in faccia che per lui è solo un delinquente e un assassino. Pablo, non per qualcosa, ma stavo solo aspettando che qualcuno ti desse questo schiaffo…morale.

Di conseguenza, padre e figlio si separano per sempre e Pablo lascia i suoi ultimi soldi nella casa del padre. Soldi sporchi di sangue, s’intende.

Cosa mi è piaciuto di questa stagione:

  • La quasi eliminazione di nudo. Scusatemi ancora, ma ho tratto un gaudio pazzesco da ciò.
  • La diminuzione delle voci fuoricampo. Scusatemi di nuovo.
  • La solitudine degli ultimi episodi. Più si va avanti nella stagione più la figura di Escobar viene isolata, lentamente, tutti quelli che gli sono stati vicino spariscono, si allontanano, lo tradiscono. Questo permette al personaggio centrale di risaltare meglio e gli conferisce una certa riflessività.

Cosa non mi è piaciuto di questa stagione:

  • Nulla.

Curiosità.

-Come accennato in precedenza, la storia è tratta dai fatti realmente accaduti in Colombia tra gli anni ’80 e ’90, ma è stata modificata a fini drammatici e questo ha dato modo alle persone che hanno vissuto da vicino queste vicende di correggere alcuni “errori”.

La fonte più attendibile, ovviamente, è il figlio di Escobar, oggi residente in Argentina, architetto (ma più cha altro scrittore), che nel frattempo si è fatto cambiare nome all’anagrafe in Sebastián Marroquín.

Sebastiàn, ha spiegato in un post pubblicato sul suo profilo personale di facebook tutte le incongruenze della serie rispetto alla storia vera (lo trovate  qui ) e forse, quella che mi ha sconvolto di più è quando rivela che in realtà lui il padre non lo vedeva così spesso come viene mostrato nella serie e che, soprattutto, durante la latitanza del padre vivevano in dei tuguri e non nel lusso.

 

-In Colombia stanno ancora tutti ridendo perché l’attore che ha interpretato Escobar recitava con forte accento brasiliano…immaginatevi un Padrino in milanese.

Perché guardare Narcos.

Se vi piacciono le serie fatte bene, curate, dinamiche, con una storia avvincente, degli attori bravi ma non scontati Narcos è la serie che fa per voi.

Non penso sia la storia del re del narcotraffico, è la storia di diversi tipi di uomini e, in fondo, di una nazione intera.

 

 

Voto: 8/10

 

Buttateci un occhio.

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Messaggio privato da una camera di hotel.

è come se, all’improvviso, avessero staccato la spina.

Dicono più o meno tutti così gli pseudo-scrittori o gli scrittori che ad un certo punto hanno la sindrome della pagina bianca.

Io non sono né una scrittrice né una pseudo-scrittrice, sono e sono sempre stata solo una ragazza che scrive per curarsi, nient’altro. I voti dei temi, i complimenti, i concorsi, sono arrivati dopo e comunque, da parte mia, non sono stati mai cercati e, in fondo, nemmeno molto apprezzati. Forse è per tutte queste cose che a me non è sembrato affatto che mi avessero staccato la spina, è stata molto di più come una lenta agonia.

Sono in una camera di hotel a circa un’ora e trentadue minuti dalla casa in cui vivo all’università e tre ore e venti minuti dalla casa in cui ho vissuto fino a qualche anno fa con i miei genitori. Intorno a me ci sono lenzuola bianche disfatte che si aggrovigliano ad un copriletto color mattone, vestiti un po’ su ogni ripiano, un televisore a muro rigorosamente spento, un pacchetto di caramelle gommose quasi finito, una bustina di cookies al cioccolato aperta ma quasi ignorata, un torrone ai frutti di bosco e cioccolato dimezzato, una confezione di Pringles intatta.

Scarpe, bottigliette d’acqua vuote, foulard e valigia giacciono inermi per terra. C’è quella cazzo di luce del bagno che non vuole spegnersi e quella del comodino accanto a me che è un po’ troppo vivace per i miei gusti.

Sembra quasi un racconto di Bukowski senza alcool. (N.B. io odio Bukowski)

La verità è che ho perso qualcosa che non ho più ritrovato.

Durante l’adolescenza si ha una forza, una determinazione che credo non si ritrovi più in nessun momento della vita.  E io penso di essere in quel momento cruciale in cui ci si rende conto di tutto questo e…

L’anno scorso, ho avuto un bel crollo psicologico, tra le altre cose è stato anche uno dei tanti motivi per cui non ho potuto curare il blog.

In realtà in quel brutto periodo mi sono quasi costretta a scrivere, avevo bisogno di fare spazio nella testa e per farlo, dovevo tirare fuori qualcosa e depositarla su un foglio bianco.

Ovviamente, è venuto fuori un fiume di roba da reparto di neuropsichiatria e ancora oggi, quando leggo alcune cose, mi viene la pelle d’oca e non posso fare altro che provare una gran pena per quella me. Col tempo, quel periodo è passato. E lo devo proprio dire:

NESSUNO MI E’ STATO D’AIUTO A PARTE ME.

(Ma questo, è solo il triste ritornello della mia vita.)

Il problema vero, in queste 440 parole, sta nel fatto che devo constatare, con molta fatica, che non riesco più a scrivere.

E non è che non riesco più a scrivere il romanzo della mia vita, o le memorie di mia nonna, o il racconto fantasy dell’anno: non riesco più a scrivere per me.

Questa, penso possa essere la cosa più triste che potessi scrivere. Già.

I motivi, sono svariati e, oltre alla mia vita personale, penso che abbia influito molto anche la mia università.

Sì, l’università. Ma non per gli esami, non per i professori cattivi o un brutto ambiente.

Semplicemente perché studiare Lettere ti obbliga a vedere la scrittura in un modo veramente molto, molto critico e, a meno che tu non sia una persona con tanta tanta autostima e autoconvinzione, questo ti porterà inevitabilmente a rileggere ogni riga che scrivi quattro volte di fila. E ti ritroverai a dire frasi come “Quanto è banale”, “Che assurdità”, “Devo mettere più punteggiatura”, tutte cose che, a mio parere, una persona quando scrive deve mettere fuori dalla porta.

Credo nella scrittura che viene fuori così come la pensiamo, in quella che non ha bisogno di essere truccata per essere bella, non ha bisogno di trame intricate per essere interessante, ha bisogno di essere vera.

Solo che, quand’è che una cosa è vera?

Tutte queste, potrebbero essere benissimo solo paranoie dell’ultima arrivata, se non fosse che vanno avanti davvero da tantissimo tempo, così tanto chimg_4076e mi sono quasi obbligata a scrivere qui, pur di scrivere qualcosa.

Ed è per questo che chiedo scusa a tutti, perché stando al mio primissimo articolo, in questo blog non ci sarebbe stato spazio per la mia vita privata ed infatti sto cerando di mettere il tutto su una linea molto basic  proprio per questo motivo.

Ma non sono il tipo di persona che chiude il discorso con delle scuse o piangendo sul latte versato e voglio specificare che tutto questo è stato scritto affinché qualcuno oltre me possa trarne vantaggio dall’altro lato dello schermo, nel senso, non siete soli.

Ce la faremo, in qualche modo, a colmare tutti i buchi.

Sto preparando una nuova recensione, stay tuned.

 

 

 

Forse torno

Mia madre mi diceva sempre:”Non porti mai a termine nulla di quello che inizi.

Dio, se aveva ragione.

Iniziata scuola di pianoforte, mollata dopo quattro anni.

Iniziata scuola di danza,mollata dopo due anni.

Iniziata scuola di canto, mollata un anno prima del diploma.

Iniziato liceo X, diplomata al liceo Y.

Ah, ma non vi ho elencato tantissime altre cose.

La verità è che da piccola volevo fare scherma.

Sì, la verità è sempre stata questa. Ma nella mia “città” non c’erano scuole di scherma.

Ma questa è un’altra storia e potrebbe aprire un nuovo paragrafo intitolato

Quante cose volevo fare e alla fine, invece…

Tutto questo, per dire una cosa:

sono praticamente quasi due anni che non scrivo su questo blog, ma in realtà non ho mai dimenticato di averlo, anzi.

Una volta mi è pure capitato di dover rispondere via mail a un tizio americano che mi chiedeva di lasciargli libero il dominio “hannaira.com” perché gli serviva.

La mia risposta è stata un lapidario “NO”.

E anzi, colgo l’occasione per aggiungere un paio di cose:

Fuck you man, Hanna Ira is still alive.

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E sinceramente, sarà pure vero che non ho usato quasi mai questo spazio, sarà pure vero che non ho detto ad anima viva della sua esistenza e sarà pure vero che probabilmente le persone che leggeranno questo si potranno contare sulle dita di una mano,

MA

Ho bisogno di questo posto. Per me è stato e continua ad essere la buca dove infilo le mie lettere a nessuno, il mare dove faccio viaggiare i miei messaggi in bottiglia.

Non ho intenzione di mollarlo, perché sapere che c’è mi fa stare bene.

3- IL PASSEGGERO.

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Siamo tutti, almeno una volta nella vita, i passeggeri sbagliati sui treni sbagliati.
Riccardo era il passeggero sbagliato della sua vita.
Mentre sedeva sul sedile, lo sguardo perso fuori dal finestrino, rifletteva proprio su questo.
In verità, a guardarlo, non sembrava stesse osservando il paesaggio, bensì pareva assistere alla proiezione di un film e si trovasse, più precisamente, nel momento in cui il protagonista svela il mistero della storia lasciando il pubblico sconvolto.
Eccolo lì Riccardo, che svelava a sè stesso di essere stato sempre nelle stazioni sbagliate, sui binari sbagliati.
Gli episodi della sua vita sbattevano forte contro il finestrino del treno, esitavano un momento, il tempo di farsi riconoscere da lui, e poi scivolavano via con la velocità, il paesaggio, i binari, le stazioni.

STAZIONE DI ******.
“Ascoltami, Riccardo. Io ti voglio bene, ma se vai via anche questa volta, se mi deludi di nuovo così, io non ci sarò più per te. Abbi cuore, non buttare tutto all’aria anche stavolta.”
No, non buttò tutto all’aria quella volta, ma la volta successiva sì, e prese il cappotto, la valigia, raccolse da terra lo straccio del suo coraggio e andò via con un treno.

STAZIONE DI **********.
“Riccardo questo non va bene, lo so che ci hai già provato altre volte, lo so che ci metti impegno e magari, chissà, provando ancora riusciresti a far funzionare le cose però…non mi pare il caso di farti perdere tempo per continuare a tentativi, evidentemente, semplicemente, non ci riesci.”
Lì la situazione era insostenibile, le sue armi erano armi bianche, innocue, lame troppo poco affilate per provare a reagire; sapeva che anche quello era un treno sbagliato.

STAZIONE DI *********.
Tra gli scaffali della sua nuova casa trova una foto: loro due insieme, abbracciati, l’amava? Sì, ed era andato via.
La nostalgia gli fece compagnia nel letto per tutte le notti che mentì a sè stesso dicendo di non sentire la sua assenza. Poi iniziò ad averla accanto anche sul divano, mentre faceva il caffè, mentre faceva scorrere l’acqua per il bagno, quando guardava le mani di un’altra donna.
E quella foto sullo scaffale si consumò a furia di starla sempre a stropicciare.
Finchè, un giorno, riprese la sua valigia semi-vuota e prese il treno che l’avrebbe riportato da lei.
A metà viaggio si accorse che la sua valigia non era semi-vuota, era fin troppo piena: carica di una vita affannata, mutevole, dove troppe cose si evolvevano in archi di tempo troppo brevi. Non poteva tornare e aprire quella valigia, la sua nuova vita non poteva essere contenuta in quella vecchia.
Alla stazione successiva cambiò treno e tornò indietro.

STAZIONE DI M*******

Monteira era il posto che Riccardo aveva scelto per passare il resto della sua vita, la sua era stata una scelta definitiva. Era una città, su una collina, vicino al mare.
Un posto tranquillo in inverno e vivace in estate.
Riccardo l’aveva scelto per un vecchio muro mezzo franato alle pendici di un vallone. Era un posto insolito, difficile da notare nonostante non fosse così distante dal centro della città.
Il muro doveva appartenere ad un edificio che negli anni precedenti era franato giù per il colle. Riccardo si rivedeva in quel muro: un superstite, un resto, un elemento inappropriato, un residuo. Da nessun altra parte aveva sentito una sensazione di consapevolezza come in quel preciso posto e per questo aveva deciso di restare.
Col tempo e gli impegni che lo riempiono però, finì per dimenticare il muro sul vallone, iniziando a vivere a Monteira per abitudine.
Ogni giorno era la stessa routine, si creò un giro di amici, un giro di locali, un giro di prostitute, un giro di alcoolici. E ricordò con esattezza il giorno in cui andò a comprare i ganci per appendere i canovacci in cucina. Quando si ritrovò ad attaccare l’ultimo gancio di una serie da quattro si rese conto di quanto fosse caduto in basso, povero uomo, di quanto la sua vita fosse triste e, in definitiva, solitaria; nemmeno la nostalgia tornava più a trovarlo da diversi anni. Una vita monodose come i cibi della sua dispensa, monouso come tutti gli accessori sparsi nell’appartamento. Si guardò intorno a fissare i muri bianchi, le tende sporche:per un attimo immaginò che fossero sporche perchè erano i catalizzatori della sua sporcizia interiore. Ne fu disgustato.

E proprio su quel treno,a quella stazione, Riccardo capì che nella sua vita ogni stazione era un nuovo sbaglio ed ogni treno il mezzo più veloce per compiere quello successivo. Lui? Lui era il passeggero che sarebbe stato sempre sbagliato, per cui il treno giusto non esisteva.
Si sentì mancare per il dispiacere, se così si può chiamare quel sentimento che attanaglia lo spirito nel momento in cui realizziamo che è troppo tardi per tornare indietro, per venire rimborsati del nostro biglietto.
Il treno sul quale si trovava rallentò, i freni stridettero come qualcosa nel cuore di Riccardo, si fermò.
Riccardo prese la sua valigia, la sua giacca, corse alla porta più vicina, scese dal treno.
Il panico gli tenne un’imboscata proprio sotto l’ultimo scalino. La paura di aver perso, o di essere sceso troppo presto dal treno giusto gli si avvolse intorno alla gola facendogli mancare il respiro.
Era distratto quando passò davanti al cartello “STAZIONE DI MONTEIRA”.

Foto e testo: Hanna Ira, tutti i diritti riservati.

I 400 colpi,Truffaut.

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Una Parigi in bianco e nero di fine anni Cinquanta,

un bambino che corre con la cartellina della scuola in mano,

alberi spogli, la piccola borghesia,

il desiderio di vedere il mare.

I 400 colpi è il primo lungometraggio di François Truffaut, scritto e diretto da lui, inizialmente concepito come un cortometraggio di 20 minuti e successivamente realizzato come lungometraggio di circa 90 minuti, ambientato a Parigi. Questo film è anche il primo del cosiddetto “Ciclo di Doinel” in quanto il protagonista, Antoine Doinel, verrà successivamente ripreso in più film durante la carriera del regista e critico cinematografico.

Un ragazzino tra i quattordici e i sedici anni, Antoine Doinel,  vive a Parigi con sua madre, una donna fedifraga, egoista e violenta, e il padre putativo, un uomo affabile e spiritoso anche se ugualmente disinteressato al ragazzo. Antoine è spesso visto come un intruso o un parassita all’interno della casa, tanto da non avere nemmeno una camera vera e propria, ma solo un un materasso accessoriato con saccoapelo. Quando i genitori sono a lavoro lui va a scuola, dove però non ottiene buoni risultati, anche a causa di un arcigno professore che non ha paura di “usare le maniere forti”, proprio per questo inizia a marinare le lezioni, spesso in compagnia del suo compagno di banco, Renè. Durante una di queste mattinate Antoine scopre che la madre ha un amante ma, per evitare discussioni, decide di tenere il segreto per sè.

I giorni di assenza aumentano, il ragazzo inizia ad inventare bugie più grandi di lui per potersi giustificare, a casa sovvengono nuovi problemi e così decide di scappare di casa e di andare a vivere insieme a Renè che, avendo una casa molto grande e dei genitori molto distratti, non ha problemi a nascondere l’amico. Per riuscire a mantrenersi da solo, Antoine progetta di rubare una macchina da scrivere dall’ufficio del padre, ma una volta riuscito nell’impresa è impossibilitato a rivenderla e sceglie di riportarla indietro ma, proprio mentre stava per rimetterla al proprio posto, viene scoperto e portato alla polizia. I genitori premono per mandarlo in riformatorio, pensando che sia l’unico modo per levarselo di torno , ed è così che il nostro protagonista incompreso si ritrova a dividere la cella con dei veri criminali. Nemmeno qui però il ragazzo durerà molto:alla prima occasione deciderà di evadere, lanciandosi in una corsa disperata verso il tanto agognato MARE.

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Quando comprai il DVD (di cui consiglio la versione ristrutturata della BIM del 2014) la prima cosa a venirmi in mente fu che con ogni probabilità sarebbe stato un film monotono e difficile da seguire, guardandolo però, mi sono resa conto di come, alla fine del film, la mia espressione sia stata di interdizione e forse anche con una nota di delusione “Ma come? Finisce così?” : non perchè il finale sia stato deludente, ma semplicemente perchè mi aspettavo un film tedioso e invece mi sono ritrovata a seguire una storia fluida, divertente e interessante.

Questo film è il prodotto genuino che il cinema odierno ci passa come minestra già pronta da ormai troppi anni: ne abbiamo a bizzeffe di film da seconda serata passati in prima, riguardanti l’adolescenza travagliata e incompresa dei ragazzi. Questo film, però ,aumenta di spessore grazie all’eleganza e paradossalmente alla leggerezza con cui affronta un argomento che tuttora è delicato, figuriamoci negli anni Cinquanta.

Cosa mi è piaciuto del film:

  •  Ambientazione: Gli scorci di Parigi degli anni Cinquanta che ci offre Truffaut sono pieni di fascino e molto caratteristici, sarà anche per via del film senza colori che posa su tutto un velo di incanto e ci trascina in un’epoca in cui i colori non servivano.
  • Jean Pierre Léaud: il protagonista del film. Una delle cose che mi ha dato più da pensare è stata: perchè scegliere proprio questo ragazzetto? Perchè non uno più grande, più affascinante? La risposta è nel dubbio stesso. Truffaut sceglie il giovane Léaud perchè vuole focalizzare la curiosià sul contesto, senza mettere in mezzo la componente estetica del protagonista che avrebbe avuto una risonanza meno matura e avrebbe scostato l’attenzione degli spettatori non più sul nucleo fondamentale della trama, l’adolescenza, ma solo sul personaggio principale. Inoltre, l’attore si è rivelato molto competente e il regista è stato furbo a puntare la telecamera più volte sullo sguardo incerto/spaventato/profondo/di disappunto/trasognato del ragazzo, simbolo del film.400-blows-blu-ray3
  • Il contesto sociale: interessante l’idea di installare il film nella società borghese medio/bassa, quella che all’inizio degli anni Sessanta aveva ancora il fiato grosso della  corsa per correre al riparo dalla guerra. L’atmosfera di parziale disagio è resa bene dalle riprese in luoghi spesso mal messi, ad esempio la casa disordinata dell’amico Renè e la stamperia dove dormirà quando scapperà di casa, o  ristretti e claustrofobici, come la casa di Antoine e la cella dove viene spostato quando viene arrestato.
  • Il ruolo del mare: il mare è presente durante tutta durata del film ma compare solo negli ultimi 10 secondi. Eppure è una costante dell’opera, impregnata sin dall’inizio dai fumi delle fantasie di Antoine: il voler andare via di casa, il desiderio di mantenersi da solo, il desiderio di prendere bei voti, tutto questo sfuma nel vano tentativo di realizzarlo, solo il desiderio di voler vedere il mare persiste e resta incastonato tra i pensieri del protagonista che, inaspettatamente riesce a raggiungere l’obiettivo e all’ultimo secondo, mentre cammina di spalle alla distesa d’acqua lancia uno sguardo dritto in camera, verso gli spettatori che restano quasi traumatizzati da quel fermo-immagine così tagliente proprio perchè a conclusione del tutto. Sembra quasi che il motore di ogni singola azione di Antoine sia stato, implicitamente, sempre il mare. Sembra che il film si condensi unicamente in quella folle corsa verso l’acqua, verso qualcosa che è troppo più grande di noi.

Cosa non mi è piaciuto:

  • I dialoghi: pochi e comunque sempre molto prevedibili e asciutti, a parlare nel film sono più che altro i gesti e le espressioni dei personaggi.

Le curiosità del film:

  • Forse in pochi lo sanno ma il film riprende stralci della vita del regista, infatti, anche Truffaut da piccolo venne lasciato in affidamento alla nonna per alcuni anni e solo dopo andò a vivere insieme alla madre e a quello che sarebbe divenuto suo padre putativo.
  • Il titolo originale francese (Les quatre cents coups) deriva dal modo di dire “faire les quatre cents coups”, tradotto in italiano, “fare un macello”, “combinarne di tutti i colori”. Ovviamente, un film intitolato in questo modo in Italia non avrebbe attratto il pubblico e per questo si è preferito fare semplicemente una traduzione standard francese-italiano.

Il voto è: ★★★✩✩

Da vedere.

Something about STOKER.

stoker_india_bedAvete presente quando vi capita di vedere delle immagini che richiamano fortemente la vostra attenzione?

A me è capitata esattamente la stessa cosa vedendo alcuni fotogrammi del film Stoker.

Una ragazza, in candidi abiti, distesa su un letto e circondata da scarpe; mi era venuta proprio la curiosità di vedere di cosa si trattasse.

Sometimes you need to do something bad to stop you from doing something worse.

A volte hai bisogno di fare qualcosa di cattivo, per evitare di fare qualcosa di peggio.

Stoker è un film del 2013, diretto da Park Chan-Wook ( niente poco di meno che il regista di Oldboy e la Trilogia della Vendetta), scritto da un certo Ted Foulke, in verità pseudonimo di Wentworth Miller ( attore mediamente famoso di Hollywood) e interpretato da :

  • Nicole kidman : Evelyn Stoker
  • Mia Wasikowska: India Stoker
  • Matthew Goode: Zio Charlie

La sceneggiatura era stata inizialmente concepita per diventare un film di vampiri (originale?), ed è per questo che il film viene intitolato STOKER: per celebrare l’autore di Dracula, Bram Stoker.Quando Chan-Wook se ne interessa però decide di stravolgere la trama e di renderlo un film più “serio” e drammatico. Grazie Chan-Wook.

La storia inizia con la sua fine, più precisamente con il monologo della protagonista, India, adolescente liceale schiva e fondamentalmente chiusa nel suo guscio di ambiguità che nel film sarà l’unico personaggio a subire una vera metaformosi.

Il padre di India viene a mancare e con la sua tragica fine compare dal nulla lo zio Charlie, fratello del defunto, che decide di restare affianco alla vedova (Nicole Kidman) e la sua nipotina che non ha mai avuto la possibilità di conoscere. Sin dall’inizio le intenzioni dello zio sono ambigue e India, dotata di un forte “sesto senso” se ne rende subito conto e per questo scansa tutti i tentativi di instaurare un rapporto d’ amicizia dello zio, mentre Evelyn al contrario li accetta e ricambia “calorosamente”.

Intanto nel paese iniziano ad avvenire delle strane sparizioni, proprio di quelle persone che sembrano avere informazioni scottanti sullo strano zio Charlie, come ad esempio la signora McGarrick, la governante di casa che India troverà, poco tempo dopo averla vista litigare nel giardino con Charlie, fatta a pezzi nel congelatore dove lei riponeva il gelato.

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L’arcano sembra quindi svelato: lo zio Charlie è un assassino. Ma cosa vuole in realtà?

India decide di tenere per sè il segreto e nel frattempo inizia ad avvertire una certa attrazione nei confronti del fratello del padre soprattutto dopo che ucciderà un compagno di scuola che stava provando a violentarla.

I segreti aumentano, la tensione si avverte a fior di pelle, India e Charlie decidono di fuggire, ma prima l’uomo vuole uccidere Evelyn che si è accorta del rapporto incestuoso tra la figlia e il cognato e ha scoperto che ogni anno a regalare una scatola bianca, contenente un paio di scarpe, a India non era il marito, bensì Charlie.

Ma perchè si è fatto vivo solo ora? Dov’è stato per tutti questi anni? Ucciderà Evelyn? Che ne sarà di India?

Questo non lo svelerò, ho cercato di rendere la trama il meno intricata possibile ma purtroppo è molto ricca di dettagli che non possono essere svelati, oppure farei spoiler senza alcun ritegno.

Cosa mi è piaciuto del film:

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  • Fotografia: curatissima in ogni dettaglio insieme ,ovviamente, alla scenografia: elegante, ricca, ordinata (in modo quasi maniacale) ma dalle tinte forti e distinte, quasi a voler creare scompiglio o come per fissarsi negli occhi degli spettatori, perfettamente abbinata al contesto del film e che rispecchia perfettamente anche l’atmosfera della trama: un’adolescenza borghese deviata, particolare, dissonante.Per non parlare ovviamente dei vestiti dei personaggi,sciuramente i costumisti volevano creare un contrasto tra  l’apparenza dei vestiti, perfettamente coordinati, leggeri (spesso si vedono gonne di pizzo o tulle svolazzanti), eleganti, e quella che effettivamente era l’indole caotica e psicotica interiore dei protagonisti.
  • Dialoghi : indubbiamente non c’è del banale in quello che viene detto nel film, i dialoghi hanno sempre una scia di ambiguità,  di bivalenza, sempre a metà tra il serio e il metafisico. Indubbiamente queste caratteristiche derivano dall’esperienza del regista di innalzare i suoi film alla categoria “dramma psicologico: cosa accade se prendo la vita di un borghese e inserisco un po’ di follia congenita.”
  • Effetti sonori: ho già parlato del “sesto senso” di India, in verità, nel film è reso come una specie di udito molto sensibile, una vera peculiarità sensoriale della ragazza, proprio per questo si gioca con gli effetti sonori molto marcati, le frasi pronunciate lentamente, la musica del pianoforte o del metronomo in sottofondo. E’ un film molto acustico, da sentire bene, per questo io vi consiglio di guardarlo nella sua lingua orginale, l’inglese, con i sottotitoli. Vi assicuro che c’è una netta differenza di empatia.
  • Bello ma non troppo conosciuto: questo rende sicuramente il film più appetibile a tutti i cinefili. Ma perchè non è molto conosciuto? Purtroppo questo film uscì negli USA in sole SETTE sale, ovviamente il mistero fece aumentare la curiosità nei suoi confronti a livelli esasperati, forse talmente tanto che quando il film uscì su larga scala non riuscì a superare il tetto dei 10 milioni di dollari di incassi, IN TUTTO IL MONDO!

Cosa non mi è piaciuto :

  • La trama: forse mi contraddirò un po’ avendo precedentemente scritto che la trama è molto fitta e ricca di dettagli ma, onestamente, nella fine scade quasi nel banale e nel prevedibile. Niente di eccezionale, per intenderci. Sembra quasi di capire l’intenzione originaria dello sceneggiatore di renderla un film di vampiri.

Voto finale: ★★★★✩

Indubbiamente, un film da guardare.

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Vedetelo.

Il tunnel, Sabato

Dal titolo potrebbe sembrare che voglia raccontarvi di una sbornia del Sabato sera, sbagliato.

Il tunnel è il titolo di un magnifico libro di Ernesto Sabato, scrittore purtroppo poco conosciuto nel nostro Paese, originario di Buenos Aires, che scrisse questo capolavoro nell’ormai lontano 1948.

Camus restò ammirato dalla sua secchezza e intensità,

Mann impressionato,

Greene stupito per la magnificenza dell’analisi psicologica.

Se avete anche solo una vaga idea di chi fossero questi tre baldi signori qui sopra allora sarete già curiosi di saperne di più su questo libro che, a  quanto pare, sconvolse anche le menti più brillanti.

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…In ogni caso c’era un solo tunnel, buio e solitario: il mio.

Io non so come scegliate se comprare o meno un libro in libreria, ma io ho un metodo che, fino ad ora almeno, non mi ha mai tradita: apro una pagina a caso e inizio a leggere e, se mi piace, lo porto a casa con me.

Ricordo ancora distintamente la frase che lessi aprendo a caso le pagine di questo libro:

è esistita una persona che mi potrebbe capire. Ma fu, precisamente, la persona che ho ucciso

Inutile stare a spiegarvi quanta curiosità si innestò in me in quel frangente, anche perchè, scorrendo le pagine, sempre più elementi catturavano la mia attenzione.

La trama non è molto complessa, anzi: il protagonista è un certo Juan Pablo Castel, pittore di discreta fama che vive a Buenos Aires, ma che sente (come la maggior parte degli artisti) che le sue opere non sono capite fino in fondo dal pubblico; finchè un giorno, ad una mostra, nota una donna che fissa un certo dettaglio di un suo quadro e da quel momento Castel inizia a desiderare la donna, ad amarla, ad odiarla e infine a diventarne ossessionato al punto di arrivare ad ucciderla. Tranquilli, non vi ho rovinato il finale del libro. La particolarità della storia sta infatti nel partire dalla fine, per risalire il fiume di eventi e pensieri che il protagonista narra e dispiega con psicotica lucidità. Sembra quasi di sentire i suoi nervi tendersi e poi rilassarsi nel ricordare i momenti oscuri e quelli brillanti della sua tragica storia d’amore.

Ma non è tutto qui, non sono solo i malsani e contorti sillogismi del protagonista a dar lustro alla storia, c’è da considerare la magnifica abilità di scrittura di Sabato, che non ci porta semplicemente “nel suo libro”, ma nel suo tunnel, sotterraneo, subcosciente, a tratti delirante ma mai fuori dagli schemi di una sintassi perfetta, scorrevole come se ogni parola fosse ricavata da seta leggera. Come un bambino che gioca con un aquilone e ne trattiene a sè il filo e a tratti lo rilascia facendolo volteggiare nel vento, così Sabato gioca con l’attenzione del lettore che si trova ad essere quasi egli stesso soggetto ai vaneggiamenti  del protagonista, scaraventato in un mondo allucinato/allucinatorio tra realtà e ossessione.

Se non vi ho ancora convinti a comprarlo, vi posto una foto dell’autore che fa gli occhi dolci:

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Allora? Che aspettate a segnarvelo sulle agende?

TITOLO: Il Tunnel

AUTORE: Ernesto Sabato

PUBBLICATO DA: Feltrinelli

COLLANA: Universale economica

PAGINE: 160

PREZZO: € 7,60

GENERE: Letteratura contemporanea / Romanzo psicologico

PUBBLICAZIONE: 2010

ISBN : 9788807721847

 Un voto? ★★★★★ (cinque su cinque pieno, 30 e lode)