Narcos, ecco perché piace.

Avevo scritto che forse sarei tornata e infatti eccomi qui, di ritorno dalla vita vera, con una nuova sezione di recensioni.

Voglio fare una premessa, è la prima volta che recensisco una serie e non so dire se effettivamente sarà una buona idea o meno, perché un conto è recensire un film, che dura in media un’ ora e mezza, un conto è recensire una serie di puntate che durano (calcolando prima e seconda stagione) quasi venti ore. Per cui, ecco, cercherò di essere il più breve possibile cercando anche di trasmettere il più possibile.

A meno che voi non viviate in una “galassia lontana, lontana…” avrete certamente sentito parlare della serie originale di Netflix, Narcos.

Prima stagione.”Plata o plomo?”

(no spoiler)

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La prima stagione di Narcos è incentrata sull’ascesa del re del narcotraffico Pablo Emilio Escobar Gaviria (interpretato dall’attore brasiliano Wagner Moura) e sulle prime ricerche da parte dei due gringos (americani) agenti della DEA Steve Murphy (anche voce narrante per tutta la serie, interpretato da Boyd Holbrook) e Javier Peña (Pedro Pascal, qualcuno potrebbe ricordarlo per il suo contributo in Game Of Thrones).

La prima puntata ci fa già capire qualcosa delle personalità dei personaggi; Pablo arriva col suo bel camioncino, viene fermato da un manipolo di poliziotti colombiani e arriva la celeberrima battuta “Plata o Plomo?” ovvero “Soldi o piombo?” ovvero “Mi fate passare voi o devo passare da solo?”

OVVIAMENTE

i poliziotti si lasciano corrompere e sono solo i primi di una lunga serie che aiuterà il nostro Pablo a diventare il re indiscusso della cocaina nonché fondatore del cartello di Medellìn. Non pago, il nostro Pablito decide di ficcarsi anche in politica, facendosi strada con svariate opere di bene verso le persone più povere della Colombia,come case in regalo, SOLDI in regalo, diversi discorsi fatti con l’appoggio di persone influenti nel mondo della politica. Tutto sembra andare bene, i soldi della cocaina sono talmente tanti che Escobar è costretto a nasconderli nei posti più impensabili, persino a sotterrarli nel terreno, la campagna elettorale sta dando i suoi frutti, la mogliettina è in attesa di un nuovo bambino ma la polizia (di cui è rimasta una ben misera parte incorrotta) è sulle tracce di prove per testimoniare che l’attuale paladino della Colombia è un narcotrafficante.

La sola prova esistente è una foto scattata a Pablo Escobar all’interno di una stazione di polizia  che era stata nascosta (da poliziotti pagati per farlo ovviamente) in cui il simpaticone sorride placido alla macchina fotografica, nemmeno sapesse già quello che da lì a qualche anno sarebbe successo.

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Pablo Escobar

Bisogna ricordare, prima di tutto, che all’inizio di ogni puntata di Narcos compare scritto che la storia è presa da fatti realmente accaduti, ma che alcuni avvenimenti sono stati modificati o inventati completamente a fini drammatici. Tenete bene a mente questo, perché ci tornerà utile alla fine.

In poche parole, una volta messo piede nella sala del congresso colombiano, Pablo viene cacciato via da un discorso del ministro della giustizia, che lo addita come narcotrafficante, e mostra a tutti la foto (portata alla luce grazie agli sforzi della DEA) dichiarando apertamente guerra al narcotraffico colombiano.

Questo episodio, in realtà, è il momento in cui hanno inizio tutte le tragedie della Colombia.

Escobar si lega al dito la scottante rivelazione fatta davanti a tutti i membri del congresso e soprattutto, il fatto di essere stato escluso e additato come delinquente dal mondo al cui lui tanto anelava, ovvero quello dei paladini del popolo.

Ad Escobar interessa il popolo perché lui stesso viene da lì e si sente un eroe, uno di quei personaggi dei film che da niente riescono ad avere più di quello che avrebbero mai potuto desiderare. Lui è un sognatore ed ogni cosa che sogna si avvera, presto o tardi.

Tutto quello che ho scritto non è esaustivo. Ed è scritto pure male.

Questo perché purtroppo, o per fortuna, Narcos è una serie in cui si intrecciano tantissime storie contemporaneamente e sono tutte collegate tra di loro, non ci sono gradi di separazione, non c’è distanza tra il poliziotto e il narcotrafficante, il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato. Tutti i personaggi sono disposti in cerchio e si guardano negli occhi ed è solo un caso che Pablo Escobar si trovi al centro.

Cosa mi è piaciuto di questa stagione:

  • I dialoghi in spagnolo. Sì, bisogna proprio riconoscerlo, una serie in lingua originale è impagabile a livello di suggestione e questa non fa eccezione.
  • I supporti audiovisivi tratti dalla realtà. Sin dalla sigla ci sono alcune riprese del Pablo Escobar vere e per tutta la serie si alternano spezzoni di notiziari, interviste, foto e filmini presi dalla realtà.
  • La suspense. Quasi ogni puntata l’ho terminata con il classico neon a intermittenza nel cervello che diceva “Voglio vedere cosa succede la prossima puntata”.

Cosa non mi è piaciuto di questa stagione:

  • Le scene di sesso.Ditemi che sono una bigottella, ma far vedere così tanti culi all’aria a me ha sempre saputo di specchietto per le allodole, ovvero quel genere di “trick” cinematografico che non caratterizza la serie, ma che serve comunque ad attrarre anche un certo tipo di pubblico e in generale per attirare l’attenzione. Per fortuna ho notato che questo trucchetto viene adoperato in diverse serie, ma che viene gradualmente messo da parte mano a mano che si va avanti con le stagione. Facciamoci due domande.
  • La voce fuori campo. In tutta la serie è presente la voce fuoricampo dell’agente Murphy che narra le vicende e serve a rendere il tutto un po’ più scorrevole e rapido, bè, inizialmente, tutto ciò non mi convinceva.

Cosa cerca di dirci questa serie?

Per me, cerca di far capire quanto è sottile la linea che divide i sogni dall’essere incubi e viceversa. Quanto, a volte, proprio come Icaro, ci avviciniamo troppo al sole e bruciamo, cadiamo ed è inevitabilmente finita perché siamo uomini.

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E non si può essere in cima per sempre, la forza di gravità è una legge dalla quale nessuno può sfuggire.

Ma per me (lo specifico spesso, lo so) il succo della serie arriva con

La seconda stagione

(spoiler)

La seconda stagione è riassumibile con una sola parola: La caduta.

Pablo, dopo essere scappato dalla sua personalissima e lussuosissima prigione (nella quale si era quasi auto-recluso per rispondere dei crimini commessi nella prima stagione) , si trova ad essere un latitante. Ovviamente, ha ancora molto potere, ma intorno a lui inizia a crearsi il vuoto e, forse, non solo “intorno” a lui.

Sono inutili tutti i tentativi di trattare ulteriormente con lo stato e le forze dell’ordine, nascono nuovi gruppi di paramilitari pronti a dargli la caccia e sono ben disposti a prendere di mira la sua famiglia pur di arrivare a lui.

In questa stagione si farà un bel po’ di pulizia, nel senso che si andranno a scremare tutti quei personaggi che in realtà non avevano un vero senso all’interno della serie.

Sì, muoiono tutti.E’ la stagione dei sopravvissuti.

Questa stagione è una lunga e affannosa corsa verso quello che è il momento clou dell’intera serie: la fine di Pablo Escobar.

A dire la verità, molti miei amici che hanno visto la serie come me hanno fatto una piccola riflessione “E’ leggermente immorale una serie che cerca quasi di far passare per buono il cattivo della situazione.” Quasi.

A mio parere, forse è una delle serie più oggettive sotto questo punto di vista, nel senso:

per me avrebbero potuto calcare ancora di più la mano sugli aspetti emotivi e personali di Escobar, ma non l’hanno fatto. In primo luogo perché altrimenti si sarebbe alzato un polverone in tutta la Colombia, in secondo luogo perché sarebbe venuta fuori una serie finta e in fondo anche naïf,del tutto fuori dagli standard che invece gli autori si erano prefissi inizialmente.

E poi, come dicevo sopra, questa è una serie che parla proprio della miserevolezza del confine tra buono e cattivo e non a caso in questa stagione verranno sconvolti proprio i ruoli dei poliziotti, che da paladini della legge sembra quasi abbiano assorbito i comportamenti e i modi di fare dei narcotrafficanti.

Ma veniamo al dunque E QUINDI alle ultime due puntate, di cui la migliore, per me, è la 2×09. Per tutta la serie non si nomina, non si sente, non si cita, nemmeno si presuppone esista e invece, nella penultima puntata della seconda stagione eccolo qui: il padre di Pablo Escobar. Dov’è stato tutto questo tempo? Dov’era sempre stato, in una fattoria dimenticata dal Signore, in mezzo alle vacche e al niente più assoluto, ovviamente, il posto perfetto dove nascondersi quando si è ricercati da una nazione intera.

Pablo resta diverso tempo alla fattoria del padre, col suo unico compagno rimasto, Limon, fino a quando, un giorno, il padre gli dice in faccia che per lui è solo un delinquente e un assassino. Pablo, non per qualcosa, ma stavo solo aspettando che qualcuno ti desse questo schiaffo…morale.

Di conseguenza, padre e figlio si separano per sempre e Pablo lascia i suoi ultimi soldi nella casa del padre. Soldi sporchi di sangue, s’intende.

Cosa mi è piaciuto di questa stagione:

  • La quasi eliminazione di nudo. Scusatemi ancora, ma ho tratto un gaudio pazzesco da ciò.
  • La diminuzione delle voci fuoricampo. Scusatemi di nuovo.
  • La solitudine degli ultimi episodi. Più si va avanti nella stagione più la figura di Escobar viene isolata, lentamente, tutti quelli che gli sono stati vicino spariscono, si allontanano, lo tradiscono. Questo permette al personaggio centrale di risaltare meglio e gli conferisce una certa riflessività.

Cosa non mi è piaciuto di questa stagione:

  • Nulla.

Curiosità.

-Come accennato in precedenza, la storia è tratta dai fatti realmente accaduti in Colombia tra gli anni ’80 e ’90, ma è stata modificata a fini drammatici e questo ha dato modo alle persone che hanno vissuto da vicino queste vicende di correggere alcuni “errori”.

La fonte più attendibile, ovviamente, è il figlio di Escobar, oggi residente in Argentina, architetto (ma più cha altro scrittore), che nel frattempo si è fatto cambiare nome all’anagrafe in Sebastián Marroquín.

Sebastiàn, ha spiegato in un post pubblicato sul suo profilo personale di facebook tutte le incongruenze della serie rispetto alla storia vera (lo trovate  qui ) e forse, quella che mi ha sconvolto di più è quando rivela che in realtà lui il padre non lo vedeva così spesso come viene mostrato nella serie e che, soprattutto, durante la latitanza del padre vivevano in dei tuguri e non nel lusso.

 

-In Colombia stanno ancora tutti ridendo perché l’attore che ha interpretato Escobar recitava con forte accento brasiliano…immaginatevi un Padrino in milanese.

Perché guardare Narcos.

Se vi piacciono le serie fatte bene, curate, dinamiche, con una storia avvincente, degli attori bravi ma non scontati Narcos è la serie che fa per voi.

Non penso sia la storia del re del narcotraffico, è la storia di diversi tipi di uomini e, in fondo, di una nazione intera.

 

 

Voto: 8/10

 

Buttateci un occhio.

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I 400 colpi,Truffaut.

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Una Parigi in bianco e nero di fine anni Cinquanta,

un bambino che corre con la cartellina della scuola in mano,

alberi spogli, la piccola borghesia,

il desiderio di vedere il mare.

I 400 colpi è il primo lungometraggio di François Truffaut, scritto e diretto da lui, inizialmente concepito come un cortometraggio di 20 minuti e successivamente realizzato come lungometraggio di circa 90 minuti, ambientato a Parigi. Questo film è anche il primo del cosiddetto “Ciclo di Doinel” in quanto il protagonista, Antoine Doinel, verrà successivamente ripreso in più film durante la carriera del regista e critico cinematografico.

Un ragazzino tra i quattordici e i sedici anni, Antoine Doinel,  vive a Parigi con sua madre, una donna fedifraga, egoista e violenta, e il padre putativo, un uomo affabile e spiritoso anche se ugualmente disinteressato al ragazzo. Antoine è spesso visto come un intruso o un parassita all’interno della casa, tanto da non avere nemmeno una camera vera e propria, ma solo un un materasso accessoriato con saccoapelo. Quando i genitori sono a lavoro lui va a scuola, dove però non ottiene buoni risultati, anche a causa di un arcigno professore che non ha paura di “usare le maniere forti”, proprio per questo inizia a marinare le lezioni, spesso in compagnia del suo compagno di banco, Renè. Durante una di queste mattinate Antoine scopre che la madre ha un amante ma, per evitare discussioni, decide di tenere il segreto per sè.

I giorni di assenza aumentano, il ragazzo inizia ad inventare bugie più grandi di lui per potersi giustificare, a casa sovvengono nuovi problemi e così decide di scappare di casa e di andare a vivere insieme a Renè che, avendo una casa molto grande e dei genitori molto distratti, non ha problemi a nascondere l’amico. Per riuscire a mantrenersi da solo, Antoine progetta di rubare una macchina da scrivere dall’ufficio del padre, ma una volta riuscito nell’impresa è impossibilitato a rivenderla e sceglie di riportarla indietro ma, proprio mentre stava per rimetterla al proprio posto, viene scoperto e portato alla polizia. I genitori premono per mandarlo in riformatorio, pensando che sia l’unico modo per levarselo di torno , ed è così che il nostro protagonista incompreso si ritrova a dividere la cella con dei veri criminali. Nemmeno qui però il ragazzo durerà molto:alla prima occasione deciderà di evadere, lanciandosi in una corsa disperata verso il tanto agognato MARE.

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Quando comprai il DVD (di cui consiglio la versione ristrutturata della BIM del 2014) la prima cosa a venirmi in mente fu che con ogni probabilità sarebbe stato un film monotono e difficile da seguire, guardandolo però, mi sono resa conto di come, alla fine del film, la mia espressione sia stata di interdizione e forse anche con una nota di delusione “Ma come? Finisce così?” : non perchè il finale sia stato deludente, ma semplicemente perchè mi aspettavo un film tedioso e invece mi sono ritrovata a seguire una storia fluida, divertente e interessante.

Questo film è il prodotto genuino che il cinema odierno ci passa come minestra già pronta da ormai troppi anni: ne abbiamo a bizzeffe di film da seconda serata passati in prima, riguardanti l’adolescenza travagliata e incompresa dei ragazzi. Questo film, però ,aumenta di spessore grazie all’eleganza e paradossalmente alla leggerezza con cui affronta un argomento che tuttora è delicato, figuriamoci negli anni Cinquanta.

Cosa mi è piaciuto del film:

  •  Ambientazione: Gli scorci di Parigi degli anni Cinquanta che ci offre Truffaut sono pieni di fascino e molto caratteristici, sarà anche per via del film senza colori che posa su tutto un velo di incanto e ci trascina in un’epoca in cui i colori non servivano.
  • Jean Pierre Léaud: il protagonista del film. Una delle cose che mi ha dato più da pensare è stata: perchè scegliere proprio questo ragazzetto? Perchè non uno più grande, più affascinante? La risposta è nel dubbio stesso. Truffaut sceglie il giovane Léaud perchè vuole focalizzare la curiosià sul contesto, senza mettere in mezzo la componente estetica del protagonista che avrebbe avuto una risonanza meno matura e avrebbe scostato l’attenzione degli spettatori non più sul nucleo fondamentale della trama, l’adolescenza, ma solo sul personaggio principale. Inoltre, l’attore si è rivelato molto competente e il regista è stato furbo a puntare la telecamera più volte sullo sguardo incerto/spaventato/profondo/di disappunto/trasognato del ragazzo, simbolo del film.400-blows-blu-ray3
  • Il contesto sociale: interessante l’idea di installare il film nella società borghese medio/bassa, quella che all’inizio degli anni Sessanta aveva ancora il fiato grosso della  corsa per correre al riparo dalla guerra. L’atmosfera di parziale disagio è resa bene dalle riprese in luoghi spesso mal messi, ad esempio la casa disordinata dell’amico Renè e la stamperia dove dormirà quando scapperà di casa, o  ristretti e claustrofobici, come la casa di Antoine e la cella dove viene spostato quando viene arrestato.
  • Il ruolo del mare: il mare è presente durante tutta durata del film ma compare solo negli ultimi 10 secondi. Eppure è una costante dell’opera, impregnata sin dall’inizio dai fumi delle fantasie di Antoine: il voler andare via di casa, il desiderio di mantenersi da solo, il desiderio di prendere bei voti, tutto questo sfuma nel vano tentativo di realizzarlo, solo il desiderio di voler vedere il mare persiste e resta incastonato tra i pensieri del protagonista che, inaspettatamente riesce a raggiungere l’obiettivo e all’ultimo secondo, mentre cammina di spalle alla distesa d’acqua lancia uno sguardo dritto in camera, verso gli spettatori che restano quasi traumatizzati da quel fermo-immagine così tagliente proprio perchè a conclusione del tutto. Sembra quasi che il motore di ogni singola azione di Antoine sia stato, implicitamente, sempre il mare. Sembra che il film si condensi unicamente in quella folle corsa verso l’acqua, verso qualcosa che è troppo più grande di noi.

Cosa non mi è piaciuto:

  • I dialoghi: pochi e comunque sempre molto prevedibili e asciutti, a parlare nel film sono più che altro i gesti e le espressioni dei personaggi.

Le curiosità del film:

  • Forse in pochi lo sanno ma il film riprende stralci della vita del regista, infatti, anche Truffaut da piccolo venne lasciato in affidamento alla nonna per alcuni anni e solo dopo andò a vivere insieme alla madre e a quello che sarebbe divenuto suo padre putativo.
  • Il titolo originale francese (Les quatre cents coups) deriva dal modo di dire “faire les quatre cents coups”, tradotto in italiano, “fare un macello”, “combinarne di tutti i colori”. Ovviamente, un film intitolato in questo modo in Italia non avrebbe attratto il pubblico e per questo si è preferito fare semplicemente una traduzione standard francese-italiano.

Il voto è: ★★★✩✩

Da vedere.

Something about STOKER.

stoker_india_bedAvete presente quando vi capita di vedere delle immagini che richiamano fortemente la vostra attenzione?

A me è capitata esattamente la stessa cosa vedendo alcuni fotogrammi del film Stoker.

Una ragazza, in candidi abiti, distesa su un letto e circondata da scarpe; mi era venuta proprio la curiosità di vedere di cosa si trattasse.

Sometimes you need to do something bad to stop you from doing something worse.

A volte hai bisogno di fare qualcosa di cattivo, per evitare di fare qualcosa di peggio.

Stoker è un film del 2013, diretto da Park Chan-Wook ( niente poco di meno che il regista di Oldboy e la Trilogia della Vendetta), scritto da un certo Ted Foulke, in verità pseudonimo di Wentworth Miller ( attore mediamente famoso di Hollywood) e interpretato da :

  • Nicole kidman : Evelyn Stoker
  • Mia Wasikowska: India Stoker
  • Matthew Goode: Zio Charlie

La sceneggiatura era stata inizialmente concepita per diventare un film di vampiri (originale?), ed è per questo che il film viene intitolato STOKER: per celebrare l’autore di Dracula, Bram Stoker.Quando Chan-Wook se ne interessa però decide di stravolgere la trama e di renderlo un film più “serio” e drammatico. Grazie Chan-Wook.

La storia inizia con la sua fine, più precisamente con il monologo della protagonista, India, adolescente liceale schiva e fondamentalmente chiusa nel suo guscio di ambiguità che nel film sarà l’unico personaggio a subire una vera metaformosi.

Il padre di India viene a mancare e con la sua tragica fine compare dal nulla lo zio Charlie, fratello del defunto, che decide di restare affianco alla vedova (Nicole Kidman) e la sua nipotina che non ha mai avuto la possibilità di conoscere. Sin dall’inizio le intenzioni dello zio sono ambigue e India, dotata di un forte “sesto senso” se ne rende subito conto e per questo scansa tutti i tentativi di instaurare un rapporto d’ amicizia dello zio, mentre Evelyn al contrario li accetta e ricambia “calorosamente”.

Intanto nel paese iniziano ad avvenire delle strane sparizioni, proprio di quelle persone che sembrano avere informazioni scottanti sullo strano zio Charlie, come ad esempio la signora McGarrick, la governante di casa che India troverà, poco tempo dopo averla vista litigare nel giardino con Charlie, fatta a pezzi nel congelatore dove lei riponeva il gelato.

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L’arcano sembra quindi svelato: lo zio Charlie è un assassino. Ma cosa vuole in realtà?

India decide di tenere per sè il segreto e nel frattempo inizia ad avvertire una certa attrazione nei confronti del fratello del padre soprattutto dopo che ucciderà un compagno di scuola che stava provando a violentarla.

I segreti aumentano, la tensione si avverte a fior di pelle, India e Charlie decidono di fuggire, ma prima l’uomo vuole uccidere Evelyn che si è accorta del rapporto incestuoso tra la figlia e il cognato e ha scoperto che ogni anno a regalare una scatola bianca, contenente un paio di scarpe, a India non era il marito, bensì Charlie.

Ma perchè si è fatto vivo solo ora? Dov’è stato per tutti questi anni? Ucciderà Evelyn? Che ne sarà di India?

Questo non lo svelerò, ho cercato di rendere la trama il meno intricata possibile ma purtroppo è molto ricca di dettagli che non possono essere svelati, oppure farei spoiler senza alcun ritegno.

Cosa mi è piaciuto del film:

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  • Fotografia: curatissima in ogni dettaglio insieme ,ovviamente, alla scenografia: elegante, ricca, ordinata (in modo quasi maniacale) ma dalle tinte forti e distinte, quasi a voler creare scompiglio o come per fissarsi negli occhi degli spettatori, perfettamente abbinata al contesto del film e che rispecchia perfettamente anche l’atmosfera della trama: un’adolescenza borghese deviata, particolare, dissonante.Per non parlare ovviamente dei vestiti dei personaggi,sciuramente i costumisti volevano creare un contrasto tra  l’apparenza dei vestiti, perfettamente coordinati, leggeri (spesso si vedono gonne di pizzo o tulle svolazzanti), eleganti, e quella che effettivamente era l’indole caotica e psicotica interiore dei protagonisti.
  • Dialoghi : indubbiamente non c’è del banale in quello che viene detto nel film, i dialoghi hanno sempre una scia di ambiguità,  di bivalenza, sempre a metà tra il serio e il metafisico. Indubbiamente queste caratteristiche derivano dall’esperienza del regista di innalzare i suoi film alla categoria “dramma psicologico: cosa accade se prendo la vita di un borghese e inserisco un po’ di follia congenita.”
  • Effetti sonori: ho già parlato del “sesto senso” di India, in verità, nel film è reso come una specie di udito molto sensibile, una vera peculiarità sensoriale della ragazza, proprio per questo si gioca con gli effetti sonori molto marcati, le frasi pronunciate lentamente, la musica del pianoforte o del metronomo in sottofondo. E’ un film molto acustico, da sentire bene, per questo io vi consiglio di guardarlo nella sua lingua orginale, l’inglese, con i sottotitoli. Vi assicuro che c’è una netta differenza di empatia.
  • Bello ma non troppo conosciuto: questo rende sicuramente il film più appetibile a tutti i cinefili. Ma perchè non è molto conosciuto? Purtroppo questo film uscì negli USA in sole SETTE sale, ovviamente il mistero fece aumentare la curiosità nei suoi confronti a livelli esasperati, forse talmente tanto che quando il film uscì su larga scala non riuscì a superare il tetto dei 10 milioni di dollari di incassi, IN TUTTO IL MONDO!

Cosa non mi è piaciuto :

  • La trama: forse mi contraddirò un po’ avendo precedentemente scritto che la trama è molto fitta e ricca di dettagli ma, onestamente, nella fine scade quasi nel banale e nel prevedibile. Niente di eccezionale, per intenderci. Sembra quasi di capire l’intenzione originaria dello sceneggiatore di renderla un film di vampiri.

Voto finale: ★★★★✩

Indubbiamente, un film da guardare.

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Vedetelo.

Hanna Ira is here.

Apro questo blog, questa pagina web, questa finestra interconnessa o, più sinceramente, questo raccoglitore di chiacchiere, in un’ uggiosa serata bolognese, con un mal di testa ormai cronico e una gran bella nottata davanti.

Onestamente, prima di questo blog non ricordo nemmeno quando sia stata l’ultima volta che ho scritto qualcosa su internet, probabilmente dovrei sforzarmi e tornare ai tempi del buon vecchio MSN, ma in tal caso, dato che per forza di cose dovrei tornare ai miei quattordici anni, è meglio che non mi sforzi. Tutti fanno qualcosa di brutto a quattordici anni; io, per quanto mi riguarda avevo un blog di MSN ridicolo e penoso QUINDI, prima che impari a rendere così anche questo blog nuovo di zecca, forse è meglio cambiare argomento.

Bene, bene…di cosa tratterà questo blog?

è stata la domanda con la quale mi sono trastullata nelle ultime tre ore e, pensandoci bene, forse non ci ho nemmeno pensato abbastanza. Ma quando mai pensare troppo ha fatto bene alla salute?

E allora partiamo subito con il dire che questo blog non tratterà della mia vita, nè di quella dei miei amici, nè di quella di qualche personaggio famoso (però mi aveva sfiorata l’idea di fare un blog su Maurizio Costanzo e la sua prodigiosa vita), nè della situazione politica in Italia, in Palestina o in Mozambico.

Sarà semplicemente una sorta di “magazine”, in questo caso un web magazine, di:

– Letteratura

– Musica

– Film

– Varie ed eventuali (?)

– Si accettano sugerimenti.

No, l’ultima non è vera.

E chi sono io per scrivere di ciò?Nessuno, esattamente come tutti gli altri, e non sarà perchè scrivo due righe su un blog che crederò di essere una scrittrice/critica/intellettualoide/sotuttoio,cito Fight Club

” Infilarti le penne nel culo non farà di te una gallina”,

perfettamente d’accordo.

Sono una semplicissima studentessa di lettere, gran lettrice, buon gustaia in fatto di film e, a mio parere, anche di musica che vuole condividere i propri pareri e le proprie critiche (perfettamente opinabili) con altre persone. E poi, diciamo la verità, l’inverno è ancora lungo, fuori pioverà tanto, sarà molto freddo e io, qui, come voi lì, devo pur ammazzare il tempo.