3- IL PASSEGGERO.

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Siamo tutti, almeno una volta nella vita, i passeggeri sbagliati sui treni sbagliati.
Riccardo era il passeggero sbagliato della sua vita.
Mentre sedeva sul sedile, lo sguardo perso fuori dal finestrino, rifletteva proprio su questo.
In verità, a guardarlo, non sembrava stesse osservando il paesaggio, bensì pareva assistere alla proiezione di un film e si trovasse, più precisamente, nel momento in cui il protagonista svela il mistero della storia lasciando il pubblico sconvolto.
Eccolo lì Riccardo, che svelava a sè stesso di essere stato sempre nelle stazioni sbagliate, sui binari sbagliati.
Gli episodi della sua vita sbattevano forte contro il finestrino del treno, esitavano un momento, il tempo di farsi riconoscere da lui, e poi scivolavano via con la velocità, il paesaggio, i binari, le stazioni.

STAZIONE DI ******.
“Ascoltami, Riccardo. Io ti voglio bene, ma se vai via anche questa volta, se mi deludi di nuovo così, io non ci sarò più per te. Abbi cuore, non buttare tutto all’aria anche stavolta.”
No, non buttò tutto all’aria quella volta, ma la volta successiva sì, e prese il cappotto, la valigia, raccolse da terra lo straccio del suo coraggio e andò via con un treno.

STAZIONE DI **********.
“Riccardo questo non va bene, lo so che ci hai già provato altre volte, lo so che ci metti impegno e magari, chissà, provando ancora riusciresti a far funzionare le cose però…non mi pare il caso di farti perdere tempo per continuare a tentativi, evidentemente, semplicemente, non ci riesci.”
Lì la situazione era insostenibile, le sue armi erano armi bianche, innocue, lame troppo poco affilate per provare a reagire; sapeva che anche quello era un treno sbagliato.

STAZIONE DI *********.
Tra gli scaffali della sua nuova casa trova una foto: loro due insieme, abbracciati, l’amava? Sì, ed era andato via.
La nostalgia gli fece compagnia nel letto per tutte le notti che mentì a sè stesso dicendo di non sentire la sua assenza. Poi iniziò ad averla accanto anche sul divano, mentre faceva il caffè, mentre faceva scorrere l’acqua per il bagno, quando guardava le mani di un’altra donna.
E quella foto sullo scaffale si consumò a furia di starla sempre a stropicciare.
Finchè, un giorno, riprese la sua valigia semi-vuota e prese il treno che l’avrebbe riportato da lei.
A metà viaggio si accorse che la sua valigia non era semi-vuota, era fin troppo piena: carica di una vita affannata, mutevole, dove troppe cose si evolvevano in archi di tempo troppo brevi. Non poteva tornare e aprire quella valigia, la sua nuova vita non poteva essere contenuta in quella vecchia.
Alla stazione successiva cambiò treno e tornò indietro.

STAZIONE DI M*******

Monteira era il posto che Riccardo aveva scelto per passare il resto della sua vita, la sua era stata una scelta definitiva. Era una città, su una collina, vicino al mare.
Un posto tranquillo in inverno e vivace in estate.
Riccardo l’aveva scelto per un vecchio muro mezzo franato alle pendici di un vallone. Era un posto insolito, difficile da notare nonostante non fosse così distante dal centro della città.
Il muro doveva appartenere ad un edificio che negli anni precedenti era franato giù per il colle. Riccardo si rivedeva in quel muro: un superstite, un resto, un elemento inappropriato, un residuo. Da nessun altra parte aveva sentito una sensazione di consapevolezza come in quel preciso posto e per questo aveva deciso di restare.
Col tempo e gli impegni che lo riempiono però, finì per dimenticare il muro sul vallone, iniziando a vivere a Monteira per abitudine.
Ogni giorno era la stessa routine, si creò un giro di amici, un giro di locali, un giro di prostitute, un giro di alcoolici. E ricordò con esattezza il giorno in cui andò a comprare i ganci per appendere i canovacci in cucina. Quando si ritrovò ad attaccare l’ultimo gancio di una serie da quattro si rese conto di quanto fosse caduto in basso, povero uomo, di quanto la sua vita fosse triste e, in definitiva, solitaria; nemmeno la nostalgia tornava più a trovarlo da diversi anni. Una vita monodose come i cibi della sua dispensa, monouso come tutti gli accessori sparsi nell’appartamento. Si guardò intorno a fissare i muri bianchi, le tende sporche:per un attimo immaginò che fossero sporche perchè erano i catalizzatori della sua sporcizia interiore. Ne fu disgustato.

E proprio su quel treno,a quella stazione, Riccardo capì che nella sua vita ogni stazione era un nuovo sbaglio ed ogni treno il mezzo più veloce per compiere quello successivo. Lui? Lui era il passeggero che sarebbe stato sempre sbagliato, per cui il treno giusto non esisteva.
Si sentì mancare per il dispiacere, se così si può chiamare quel sentimento che attanaglia lo spirito nel momento in cui realizziamo che è troppo tardi per tornare indietro, per venire rimborsati del nostro biglietto.
Il treno sul quale si trovava rallentò, i freni stridettero come qualcosa nel cuore di Riccardo, si fermò.
Riccardo prese la sua valigia, la sua giacca, corse alla porta più vicina, scese dal treno.
Il panico gli tenne un’imboscata proprio sotto l’ultimo scalino. La paura di aver perso, o di essere sceso troppo presto dal treno giusto gli si avvolse intorno alla gola facendogli mancare il respiro.
Era distratto quando passò davanti al cartello “STAZIONE DI MONTEIRA”.

Foto e testo: Hanna Ira, tutti i diritti riservati.

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I 400 colpi,Truffaut.

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Una Parigi in bianco e nero di fine anni Cinquanta,

un bambino che corre con la cartellina della scuola in mano,

alberi spogli, la piccola borghesia,

il desiderio di vedere il mare.

I 400 colpi è il primo lungometraggio di François Truffaut, scritto e diretto da lui, inizialmente concepito come un cortometraggio di 20 minuti e successivamente realizzato come lungometraggio di circa 90 minuti, ambientato a Parigi. Questo film è anche il primo del cosiddetto “Ciclo di Doinel” in quanto il protagonista, Antoine Doinel, verrà successivamente ripreso in più film durante la carriera del regista e critico cinematografico.

Un ragazzino tra i quattordici e i sedici anni, Antoine Doinel,  vive a Parigi con sua madre, una donna fedifraga, egoista e violenta, e il padre putativo, un uomo affabile e spiritoso anche se ugualmente disinteressato al ragazzo. Antoine è spesso visto come un intruso o un parassita all’interno della casa, tanto da non avere nemmeno una camera vera e propria, ma solo un un materasso accessoriato con saccoapelo. Quando i genitori sono a lavoro lui va a scuola, dove però non ottiene buoni risultati, anche a causa di un arcigno professore che non ha paura di “usare le maniere forti”, proprio per questo inizia a marinare le lezioni, spesso in compagnia del suo compagno di banco, Renè. Durante una di queste mattinate Antoine scopre che la madre ha un amante ma, per evitare discussioni, decide di tenere il segreto per sè.

I giorni di assenza aumentano, il ragazzo inizia ad inventare bugie più grandi di lui per potersi giustificare, a casa sovvengono nuovi problemi e così decide di scappare di casa e di andare a vivere insieme a Renè che, avendo una casa molto grande e dei genitori molto distratti, non ha problemi a nascondere l’amico. Per riuscire a mantrenersi da solo, Antoine progetta di rubare una macchina da scrivere dall’ufficio del padre, ma una volta riuscito nell’impresa è impossibilitato a rivenderla e sceglie di riportarla indietro ma, proprio mentre stava per rimetterla al proprio posto, viene scoperto e portato alla polizia. I genitori premono per mandarlo in riformatorio, pensando che sia l’unico modo per levarselo di torno , ed è così che il nostro protagonista incompreso si ritrova a dividere la cella con dei veri criminali. Nemmeno qui però il ragazzo durerà molto:alla prima occasione deciderà di evadere, lanciandosi in una corsa disperata verso il tanto agognato MARE.

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Quando comprai il DVD (di cui consiglio la versione ristrutturata della BIM del 2014) la prima cosa a venirmi in mente fu che con ogni probabilità sarebbe stato un film monotono e difficile da seguire, guardandolo però, mi sono resa conto di come, alla fine del film, la mia espressione sia stata di interdizione e forse anche con una nota di delusione “Ma come? Finisce così?” : non perchè il finale sia stato deludente, ma semplicemente perchè mi aspettavo un film tedioso e invece mi sono ritrovata a seguire una storia fluida, divertente e interessante.

Questo film è il prodotto genuino che il cinema odierno ci passa come minestra già pronta da ormai troppi anni: ne abbiamo a bizzeffe di film da seconda serata passati in prima, riguardanti l’adolescenza travagliata e incompresa dei ragazzi. Questo film, però ,aumenta di spessore grazie all’eleganza e paradossalmente alla leggerezza con cui affronta un argomento che tuttora è delicato, figuriamoci negli anni Cinquanta.

Cosa mi è piaciuto del film:

  •  Ambientazione: Gli scorci di Parigi degli anni Cinquanta che ci offre Truffaut sono pieni di fascino e molto caratteristici, sarà anche per via del film senza colori che posa su tutto un velo di incanto e ci trascina in un’epoca in cui i colori non servivano.
  • Jean Pierre Léaud: il protagonista del film. Una delle cose che mi ha dato più da pensare è stata: perchè scegliere proprio questo ragazzetto? Perchè non uno più grande, più affascinante? La risposta è nel dubbio stesso. Truffaut sceglie il giovane Léaud perchè vuole focalizzare la curiosià sul contesto, senza mettere in mezzo la componente estetica del protagonista che avrebbe avuto una risonanza meno matura e avrebbe scostato l’attenzione degli spettatori non più sul nucleo fondamentale della trama, l’adolescenza, ma solo sul personaggio principale. Inoltre, l’attore si è rivelato molto competente e il regista è stato furbo a puntare la telecamera più volte sullo sguardo incerto/spaventato/profondo/di disappunto/trasognato del ragazzo, simbolo del film.400-blows-blu-ray3
  • Il contesto sociale: interessante l’idea di installare il film nella società borghese medio/bassa, quella che all’inizio degli anni Sessanta aveva ancora il fiato grosso della  corsa per correre al riparo dalla guerra. L’atmosfera di parziale disagio è resa bene dalle riprese in luoghi spesso mal messi, ad esempio la casa disordinata dell’amico Renè e la stamperia dove dormirà quando scapperà di casa, o  ristretti e claustrofobici, come la casa di Antoine e la cella dove viene spostato quando viene arrestato.
  • Il ruolo del mare: il mare è presente durante tutta durata del film ma compare solo negli ultimi 10 secondi. Eppure è una costante dell’opera, impregnata sin dall’inizio dai fumi delle fantasie di Antoine: il voler andare via di casa, il desiderio di mantenersi da solo, il desiderio di prendere bei voti, tutto questo sfuma nel vano tentativo di realizzarlo, solo il desiderio di voler vedere il mare persiste e resta incastonato tra i pensieri del protagonista che, inaspettatamente riesce a raggiungere l’obiettivo e all’ultimo secondo, mentre cammina di spalle alla distesa d’acqua lancia uno sguardo dritto in camera, verso gli spettatori che restano quasi traumatizzati da quel fermo-immagine così tagliente proprio perchè a conclusione del tutto. Sembra quasi che il motore di ogni singola azione di Antoine sia stato, implicitamente, sempre il mare. Sembra che il film si condensi unicamente in quella folle corsa verso l’acqua, verso qualcosa che è troppo più grande di noi.

Cosa non mi è piaciuto:

  • I dialoghi: pochi e comunque sempre molto prevedibili e asciutti, a parlare nel film sono più che altro i gesti e le espressioni dei personaggi.

Le curiosità del film:

  • Forse in pochi lo sanno ma il film riprende stralci della vita del regista, infatti, anche Truffaut da piccolo venne lasciato in affidamento alla nonna per alcuni anni e solo dopo andò a vivere insieme alla madre e a quello che sarebbe divenuto suo padre putativo.
  • Il titolo originale francese (Les quatre cents coups) deriva dal modo di dire “faire les quatre cents coups”, tradotto in italiano, “fare un macello”, “combinarne di tutti i colori”. Ovviamente, un film intitolato in questo modo in Italia non avrebbe attratto il pubblico e per questo si è preferito fare semplicemente una traduzione standard francese-italiano.

Il voto è: ★★★✩✩

Da vedere.

2. Testa

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Nella notte, gli amanti si stringono tra le cortine voluttuose della loro passione:lenzuola per l’amore.
Nella notte, le mani possono stringersi al punto da diventare gli strumenti coi quali i cuori affannati vagano tra le fitte nebbie dei sentimenti, torcie inestinguibili nel buio delle paure.
Nella notte, due vecchi amanti che un tempo si stringevano forte

-le mani, i fianchi, le paure-

stanno nello stesso letto, così tante volte amabilmente condiviso, a separare meticolosamente i propri pensieri fittamente intrecciati.
Cosa si dicono due vecchi cuori nella notte?
Quali sono i loro desideri?
I dolci ricordi sono stati attaccati al soffitto.
Stelle luminose che illuminano le notti più meste.
Ecco perchè quando si è nel letto, non importa se da soli o in compagnia, non è mai troppo strano ritrovarsi a fissare un soffitto: esso è il posto dove attacchiamo le nostre memorie, tutte accuratamente disposte caoticamente, casualmente, sulle nostre teste, cieli del passato a cui così tante volte ci ritroviamo ancorati.
I vostri ricordi non sono rovine perdute nel deserto, sono case, edifici immensi o anche estremamente piccoli e fragili, dove accorrete a bussare per entrare, cercare qualcosa ed infine uscire. Città monumentali sono presenti nelle vostre teste, sui vostri soffitti…se solo esistesse una forza dell’ordine in queste città per evitare di frequentare ancora certi luoghi tristi presenti in esse. Purtroppo però, in questi strani e onirici posti le uniche forze presenti sono quelle del Dis-ordine.

Lei si gira su un fianco, gli da le spalle, è stanca di guardare i suoi ricordi sul soffitto.
Lui indugia ancora qualche secondo, sospira, si gira verso lei e le passa un dito sulla schiena.
Piano.
Piano.
Come se lei avesse la colonna vertebrale più delicata di tutte, come se stesse sfiorando un’evanescenza.
Teme che lei lo senta, mentre pensa ai balli scatenati e alle musiche frastornanti che un tempo ballarono insieme.
Ad un tratto lei gli afferra la mano, lo tira verso di lei, dolcemente, accarezza le sue dita e poi gli stringe la mano. Piano, come se le sue ossa fossero di vetro.

“Mi manchi”
Gli dice parlando da dietro il muro della sua città fantasma.
“Mi manchi ogni giorno.”

Lui capisce e sa, ma lascia che lei gli tenga la mano in quel modo molliccio, lascia che si senta distante, lascia che le sembri che a separarli non ci sia solo un cuscino , ma un universo intero,lascia che avvenga un terremoto tra i suoi ricordi, nel suo cuore. Poi, quando ad essere vittime di una pioggia di lame iniziano ad essere i suoi pensieri, ritira il braccio, si gira dall’altro lato.
Le loro schiene si guardano, si amano, si sono innamorate a vicenda per il tempo passato ad osservarsi in quella posizione.
Quando è passata già una buona manciata di tempo lui sta fissando il buco della serratura della porta
-è lì che si nasconde quando vorrebbe scappare- e ripete
“Mi manchi ogni giorno anche tu.”
Ma solo nella sua testa.

Foto e testo: Hanna Ira. Tutti i diritti riservati.

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