Ecco com’è studiare lettere oggi.

Se siete tra quelli che ci hanno fatto un pensierino e poi hanno optato per altre opzioni, o se siete tra chi sta ancora valutando, o addirittura chi ha già valutato e scelto questo percorso, forse questo articolo vi potrà interessare. Sto parlando di tutti voi che in un modo o nell’altro volete sapere com’è studiare lettere nel 2016.

Onestamente, l’idea di questo articolo mi è venuta questa mattina, proprio mentre ero a lezione, ma su questo punto ci tornerò dopo.

Sono incerta sulla categoria da attribuire a questo testo…è una recensione?  Si possono fare recensioni sulla vita, sull’università?

A quanto pare lo sto facendo.

Non potete capire da quanto tempo desiderassi di raccontare a qualcuno come ci si sente a

studiare         lettere         moderne

a Bologna, perché è giusto anche darvi più o meno un’idea dell’ambiente e , sopratutto, serve a non generalizzare troppo. Dico “troppo” perché parlando con diversi colleghi di altre città mi è parso di percepire le mie stesse impressioni. Ma veniamo a noi.

La sottoscritta è, sulla carta, all’ultimo anno di lettere moderne in quel dell’Alma mater studiorum.

Essendo quindi due anni abbondanti che sono immersa in questo ambiente, forse sono abbastanza autorizzata ad essermi fatta un’opinione a riguardo.

Quando mi sono iscritta all’università non avevo nessun tipo di aspettativa, si può quindi dire che il mio sia un giudizio neutro visto che non ho collezionato miti sfatati o ideali realizzati. Semplicemente, iscrivendomi, ero contenta di starlo facendo e, oltre all’esperienza accademica ero in generale molto contenta dell’esperienza di vita che avrei affrontato a Bologna.

Appunto, Bologna: parliamone qualche riga.

Bologna per me è stata come una mamma, perché ho sempre visto i suoi lunghi portici più come delle braccia calde in cui ripararsi dal freddo che come meri aspetti architettonici. Non voglio sponsorizzare la mia università, ma se state valutando una città in cui fare l’università -qualsiasi facoltà- Bologna è un’ottima scelta, per diversi motivi:

  1. Quando camminate per strada, sopratutto nei quartieri universitari, vi sembrerà di essere nella pubblicità dell’acqua Lilia; sapete quella pubblicità dell’acqua minerale dove sono tutti giovani perché bevono l’acqua Lilia? Proprio così. Vi sembrerà di essere in una città dove hanno scoperto il siero della giovinezza, sono tutti ragazzi e, se anche vi dovesse capitare di incrociare qualche persona agée vi posso assicurare che avrà del giovanile.
  2. E’ tutto a portata di mano. Anche se abitate dall’altro lato della città rispetto all’università, raggiungerla non sarà mai un problema.Come, per esempio, nel mio caso, ma ogni mattina in 15 minuti scarsi -a piedi- riesco ad essere davanti all’aula. Com’è possibile? E’ possibile perché il centro di Bologna, quello dove sono università, locali, biblioteche, aule studio, ma anche la maggior parte delle case degli studenti, non è molto grande e per di più è tutto in pianura, spostarsi è davvero veloce. Se proprio siete pigri, poi, ci sono sempre bici e autobus, entrambi non fattibili: di più.
  3. E’ organizzata per gli studenti. Se siete studenti, a Bologna di certo non vi mancheranno le convenzioni fatte ad hoc per voi. Nel quartiere universitario, muniti di badge, il caffè lo prendete a 60 centesimi, se volete andare al cinema, ogni martedì per gli studenti costa qualcosa intorno ai 4€ e se avete voglia di fare festa, la sera, è pieno di cicchetterie e bar che fanno drink a prezzi molto molto accessibili.Per non parlare dei negozietti che stanno aperti fino a tardi che vendono bottiglie di alcolici sotto i 5€.

Purtroppo, questo punto appena indicato è anche un po’ una pecca, perché a causa di questo essere eccessivamente convenienti, Bologna è una pacchia per le persone “diversamente adattate”. Vi dirò di più, in certe situazioni ed in certi luoghi, rasenta lo squallido. Ecco perché è importante scegliere bene i luoghi che volete frequentare e il vostro modo di viverla (ma questo, vale un po’ per tutte le grandi città).

Non vi sto a parlare di quante aule studio, copisterie, cartolibrerie e supermercati ci sono mediamente per zona. Tanti, perché appunto, è una città pensata per gli studenti.

Il vero problema di Bologna, che io ho vissuto in pieno, è la scarsità di case per studenti.

Negli ultimi anni c’è stato infatti un vero incremento di iscritti all’università di Bologna e questo ha portato ad una specie di “sovraffollamento”. Praticamente la situazione è: ci sono tanti studenti e poche case. E visto che ci sono poche case i prezzi si alzano.

Ps: IO CI HO MESSO UN ANNO E MEZZO A TROVARE UNA CASA DEFINITIVA!

Detto ciò, veniamo al dunque. Ero a lezione di geografia…

e mi stavo vergognando degli appunti che stavo prendendo.

Il problema, per molte materie di lettere è che sono estremamente teoriche ed implicano uno studio e un apprendimento totalmente passivo.

In geografia, mi sono trovata a scrivere di come i pinguini siano stati infettati da alcune malattie dagli esseri umani che hanno visitato l’antartico nei decenni passati. Interessante.

Ma niente che una persona non possa assimilare anche meglio guardando una puntata di Cosmos.

Me la sono presa con la geografia, ma ci sono tantissimi altri corsi la cui utilità è rivolta solo verso coloro che anelano all’insegnamento.

Io personalmente non voglio insegnare e come me, ci sono tantissime altre persone che si sono iscritte all’università per fare altro perché, credetemi, si può fare veramente qualcosa di diverso dall’insegnare, con una laurea di lettere in mano.

Ed io e tutte le persone che non vogliono proseguire con l’insegnamento siamo obbligati a seguire corsi e dare esami che non ci saranno mai utili, mentre siamo costretti ad accontentarci di esami “con meno rilievo” che in realtà al giorno d’oggi dovrebbero avere un ruolo di prim’ordine.

Come informatica.

Come la semiotica.

Come l’informatica umanistica.

Come teorie e sistemi dei nuovi media.

Questi corsi, che non superano i 6 crediti l’uno (rispetto ai 12 di geografia) sono facoltativi, quindi uno studente deve sceglierli da sé, ma ricordandosi che in un anno può accumulare fino ad un massimo di 12 crediti a scelta, il che vuol dire solo due corsi.

Due corsi, che probabilmente si accavalleranno a livello di orari con corsi che invece sono obbligatori e la cui frequenza è indispensabile.

Tutto questo per dire che l’attuale facoltà di lettere ha dei programmi che sono completamente da rivedere e modificare, perché è rimasta una facoltà anni 90, dimenticandosi che ormai siamo vicini all’anno 2020.

Ecco, se vi volete iscrivere a lettere perché vi piace scrivere o semplicemente pensate di potervi applicare in qualcosa per dare spazio alla vostra creatività, sappiate che vi faranno passare la voglia.

In tre anni di lettere ho fatto un solo compito scritto il cui voto non era rilevante ai fini del voto complessivo finale.

E tutti i corsi che frequenterete vi daranno un’impostazione talmente accademica che farete fatica ad accantonare e sarà la fine di tutte le vostre idealizzazioni.

Hanno ragione quando dicono che alcune cose potreste tranquillamente impararle da casa muniti di PC, non tutto, ma alcune cose sì.

Per questo, se siete o sarete uno studente di lettere dovrete abituarvi ad essere tacciati di stare facendo un’università che serve solo ad arricchire il proprio bagaglio culturale, ma che di pane, in tavola, ne porta poco.

Studiare lettere, insomma, non è per niente semplice. Se riuscirai a sopravvivere a tutte le persone che ti guarderanno come se avessi una malattia rara nel pronunciare la frase “Io studio lettere”, sarai già molto fortunato.

Se riuscirai a sopravvivere a tutte le persone che ti diranno “E quando arrivi alla Z cosa studi?”, sarai ancora più fortunato.

Se riuscirai a sopravvivere un giorno, senza impazzire, sapendo che sei circondato da lupi che vogliono il tuo stesso pezzo di carne, sarai fortunato.

Voglio fare un appello a tutti quelli che non studiano lettere ma fanno una facoltà scientifica.

Voi siete molto fortunati.

Molto, molto fortunati, sì.

Perché al contrario mio vi siete interessati di qualcosa che semplicemente è di carattere scientifico e per questo, solo per questo, non dovete subire nessun tipo di pressione psicologica da parte delle persone che vi circondano.

Come se fosse lecito subire pressioni psicologiche da persone X o Y in merito ad una scelta di vita personale.

Purtroppo il mondo odierno gira grazie al disprezzo che alimentiamo verso cose che semplicemente non ci competono.

Voi, cari non-studenti-di-lettere, siete segretamente orgogliosi di essere non-studenti-di-lettere.

E mi sta bene, perché anche io sono orgogliosa di essere una non-studentessa-di-materie-scientifiche.

Ma cari, la prossima volta che state per scagliare la pietra contro uno studente di lettere, ricordatevi due cose:

  1. State per giudicare una scelta di vita altrui, che detto molto schiettamente non sono cazzi vostri.
  2. Uno studente di lettere può risultare molto aggressivo visto che lo studente in questione si ritrova spesso a ripetere esami che molto probabilmente non serviranno a nulla nell’arco della sua carriera ma che comunque lui deve dare e bisogna dire che questi esami corrispondono spesso con quelli di latino e che questi esami sono stressanti stressanti stressanti e non ce la puoi proprio fare dopo un tot a sopportare gli esami e le teste di cazzo che ti ripetono che la tua facoltà non porta il pane sulla tavola e tu continui a ripeterti in testa che non è vero e che soprattutto come si permette questo qui di dirmi che quello che sto facendo è inutile o addirittura solo una mera voglia di avere un bagaglio culturale e che se voglio tutti quei libri li posso leggere anche senza iscrivermi all’università che se non sono bravo a fare i conti alla fine della fiera non posso fare altro che la salumiera che tutto sommato è comunque un lavoro dignitoso ma che comunque non voglio fare perché io sono un cazzo di studente di lettere e voglio portare avanti non le mie passioni che lo voglio confessare la mia vera passione sono le merendine e il gioco dell’oca ma voglio portare avanti quello per cui ho studiato quello per cui mi sono fatto massacrare di risolini commenti statistiche percentuali i vostri numeri del cazzo teneteli nei libri di analisi uno e due e tre che io ho il mio dizionario e il mio pasolini e il mio lucrezio ma soprattutto ho il vocabolario di latino nello zaino e quando mi scagli la tua pietra stai attento che possono arrivarti sui denti due chili e mezzo di Campanini-Carboni.stronzo.
  3. Come avete potuto notare da questo straordinario flusso di coscienza uno studente di lettere spesso e volentieri è molto incline ad essere vicino a quello che oggi la società chiama volgarmente psicopatico, ma state tranquilli, se vi tenete i vostri commenti totalmente superflui e fuoriluogo in tasca non dovrebbe mordere e soprattutto non dovrebbe scaraventarvi contro nulla che non siano le sue già abbondanti frustrazioni personali perché, vi rivelo un segreto, lo studente di lettere lo sa che se andava a fare medicina o ingegneria gestionale faceva tutti più contenti, ma lo studente di lettere se ne sbatte alla minchia e va a fare semplicemente quello per cui si sente più portato perché semplicemente vuole fare il giornalista, il professore, il ricercatore,  l’editore,il pubblicitario. E non è che “fa spendere i soldi ai genitori” per inseguire le sue passioni, perché se pensate che la passione sia spaccarsi un semestre intero per latino o per letteratura o per informatica (“wewe informatica” “ma no” “eh già”) allora avete una concezione di passione che porterebbe ad assimilare materie come chimica, analisi e fisica a passioni -che, in alcuni casi è anche così, ma non esageriamo nemmeno-. Se sapeste l’etimologia della parola passione, magari…

Tornando indietro, sceglierei ancora questa facoltà?

Probabilmente sì. Ci ho pensato a lungo prima di scegliere a tutte le possibili opzioni, tant’è che feci anche un corso per il test di ingresso a medicina però…

però niente. Avevo degli obiettivi, che conservo tuttora e che conserverò fino alla fine .

Insomma, per fare questa facoltà, si deve essere davvero forti e non bastano passione o voglia di imparare; perciò se ci state pensando, chiedetevi prima se siete pronti.

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Narcos, ecco perché piace.

Avevo scritto che forse sarei tornata e infatti eccomi qui, di ritorno dalla vita vera, con una nuova sezione di recensioni.

Voglio fare una premessa, è la prima volta che recensisco una serie e non so dire se effettivamente sarà una buona idea o meno, perché un conto è recensire un film, che dura in media un’ ora e mezza, un conto è recensire una serie di puntate che durano (calcolando prima e seconda stagione) quasi venti ore. Per cui, ecco, cercherò di essere il più breve possibile cercando anche di trasmettere il più possibile.

A meno che voi non viviate in una “galassia lontana, lontana…” avrete certamente sentito parlare della serie originale di Netflix, Narcos.

Prima stagione.”Plata o plomo?”

(no spoiler)

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La prima stagione di Narcos è incentrata sull’ascesa del re del narcotraffico Pablo Emilio Escobar Gaviria (interpretato dall’attore brasiliano Wagner Moura) e sulle prime ricerche da parte dei due gringos (americani) agenti della DEA Steve Murphy (anche voce narrante per tutta la serie, interpretato da Boyd Holbrook) e Javier Peña (Pedro Pascal, qualcuno potrebbe ricordarlo per il suo contributo in Game Of Thrones).

La prima puntata ci fa già capire qualcosa delle personalità dei personaggi; Pablo arriva col suo bel camioncino, viene fermato da un manipolo di poliziotti colombiani e arriva la celeberrima battuta “Plata o Plomo?” ovvero “Soldi o piombo?” ovvero “Mi fate passare voi o devo passare da solo?”

OVVIAMENTE

i poliziotti si lasciano corrompere e sono solo i primi di una lunga serie che aiuterà il nostro Pablo a diventare il re indiscusso della cocaina nonché fondatore del cartello di Medellìn. Non pago, il nostro Pablito decide di ficcarsi anche in politica, facendosi strada con svariate opere di bene verso le persone più povere della Colombia,come case in regalo, SOLDI in regalo, diversi discorsi fatti con l’appoggio di persone influenti nel mondo della politica. Tutto sembra andare bene, i soldi della cocaina sono talmente tanti che Escobar è costretto a nasconderli nei posti più impensabili, persino a sotterrarli nel terreno, la campagna elettorale sta dando i suoi frutti, la mogliettina è in attesa di un nuovo bambino ma la polizia (di cui è rimasta una ben misera parte incorrotta) è sulle tracce di prove per testimoniare che l’attuale paladino della Colombia è un narcotrafficante.

La sola prova esistente è una foto scattata a Pablo Escobar all’interno di una stazione di polizia  che era stata nascosta (da poliziotti pagati per farlo ovviamente) in cui il simpaticone sorride placido alla macchina fotografica, nemmeno sapesse già quello che da lì a qualche anno sarebbe successo.

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Pablo Escobar

Bisogna ricordare, prima di tutto, che all’inizio di ogni puntata di Narcos compare scritto che la storia è presa da fatti realmente accaduti, ma che alcuni avvenimenti sono stati modificati o inventati completamente a fini drammatici. Tenete bene a mente questo, perché ci tornerà utile alla fine.

In poche parole, una volta messo piede nella sala del congresso colombiano, Pablo viene cacciato via da un discorso del ministro della giustizia, che lo addita come narcotrafficante, e mostra a tutti la foto (portata alla luce grazie agli sforzi della DEA) dichiarando apertamente guerra al narcotraffico colombiano.

Questo episodio, in realtà, è il momento in cui hanno inizio tutte le tragedie della Colombia.

Escobar si lega al dito la scottante rivelazione fatta davanti a tutti i membri del congresso e soprattutto, il fatto di essere stato escluso e additato come delinquente dal mondo al cui lui tanto anelava, ovvero quello dei paladini del popolo.

Ad Escobar interessa il popolo perché lui stesso viene da lì e si sente un eroe, uno di quei personaggi dei film che da niente riescono ad avere più di quello che avrebbero mai potuto desiderare. Lui è un sognatore ed ogni cosa che sogna si avvera, presto o tardi.

Tutto quello che ho scritto non è esaustivo. Ed è scritto pure male.

Questo perché purtroppo, o per fortuna, Narcos è una serie in cui si intrecciano tantissime storie contemporaneamente e sono tutte collegate tra di loro, non ci sono gradi di separazione, non c’è distanza tra il poliziotto e il narcotrafficante, il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato. Tutti i personaggi sono disposti in cerchio e si guardano negli occhi ed è solo un caso che Pablo Escobar si trovi al centro.

Cosa mi è piaciuto di questa stagione:

  • I dialoghi in spagnolo. Sì, bisogna proprio riconoscerlo, una serie in lingua originale è impagabile a livello di suggestione e questa non fa eccezione.
  • I supporti audiovisivi tratti dalla realtà. Sin dalla sigla ci sono alcune riprese del Pablo Escobar vere e per tutta la serie si alternano spezzoni di notiziari, interviste, foto e filmini presi dalla realtà.
  • La suspense. Quasi ogni puntata l’ho terminata con il classico neon a intermittenza nel cervello che diceva “Voglio vedere cosa succede la prossima puntata”.

Cosa non mi è piaciuto di questa stagione:

  • Le scene di sesso.Ditemi che sono una bigottella, ma far vedere così tanti culi all’aria a me ha sempre saputo di specchietto per le allodole, ovvero quel genere di “trick” cinematografico che non caratterizza la serie, ma che serve comunque ad attrarre anche un certo tipo di pubblico e in generale per attirare l’attenzione. Per fortuna ho notato che questo trucchetto viene adoperato in diverse serie, ma che viene gradualmente messo da parte mano a mano che si va avanti con le stagione. Facciamoci due domande.
  • La voce fuori campo. In tutta la serie è presente la voce fuoricampo dell’agente Murphy che narra le vicende e serve a rendere il tutto un po’ più scorrevole e rapido, bè, inizialmente, tutto ciò non mi convinceva.

Cosa cerca di dirci questa serie?

Per me, cerca di far capire quanto è sottile la linea che divide i sogni dall’essere incubi e viceversa. Quanto, a volte, proprio come Icaro, ci avviciniamo troppo al sole e bruciamo, cadiamo ed è inevitabilmente finita perché siamo uomini.

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E non si può essere in cima per sempre, la forza di gravità è una legge dalla quale nessuno può sfuggire.

Ma per me (lo specifico spesso, lo so) il succo della serie arriva con

La seconda stagione

(spoiler)

La seconda stagione è riassumibile con una sola parola: La caduta.

Pablo, dopo essere scappato dalla sua personalissima e lussuosissima prigione (nella quale si era quasi auto-recluso per rispondere dei crimini commessi nella prima stagione) , si trova ad essere un latitante. Ovviamente, ha ancora molto potere, ma intorno a lui inizia a crearsi il vuoto e, forse, non solo “intorno” a lui.

Sono inutili tutti i tentativi di trattare ulteriormente con lo stato e le forze dell’ordine, nascono nuovi gruppi di paramilitari pronti a dargli la caccia e sono ben disposti a prendere di mira la sua famiglia pur di arrivare a lui.

In questa stagione si farà un bel po’ di pulizia, nel senso che si andranno a scremare tutti quei personaggi che in realtà non avevano un vero senso all’interno della serie.

Sì, muoiono tutti.E’ la stagione dei sopravvissuti.

Questa stagione è una lunga e affannosa corsa verso quello che è il momento clou dell’intera serie: la fine di Pablo Escobar.

A dire la verità, molti miei amici che hanno visto la serie come me hanno fatto una piccola riflessione “E’ leggermente immorale una serie che cerca quasi di far passare per buono il cattivo della situazione.” Quasi.

A mio parere, forse è una delle serie più oggettive sotto questo punto di vista, nel senso:

per me avrebbero potuto calcare ancora di più la mano sugli aspetti emotivi e personali di Escobar, ma non l’hanno fatto. In primo luogo perché altrimenti si sarebbe alzato un polverone in tutta la Colombia, in secondo luogo perché sarebbe venuta fuori una serie finta e in fondo anche naïf,del tutto fuori dagli standard che invece gli autori si erano prefissi inizialmente.

E poi, come dicevo sopra, questa è una serie che parla proprio della miserevolezza del confine tra buono e cattivo e non a caso in questa stagione verranno sconvolti proprio i ruoli dei poliziotti, che da paladini della legge sembra quasi abbiano assorbito i comportamenti e i modi di fare dei narcotrafficanti.

Ma veniamo al dunque E QUINDI alle ultime due puntate, di cui la migliore, per me, è la 2×09. Per tutta la serie non si nomina, non si sente, non si cita, nemmeno si presuppone esista e invece, nella penultima puntata della seconda stagione eccolo qui: il padre di Pablo Escobar. Dov’è stato tutto questo tempo? Dov’era sempre stato, in una fattoria dimenticata dal Signore, in mezzo alle vacche e al niente più assoluto, ovviamente, il posto perfetto dove nascondersi quando si è ricercati da una nazione intera.

Pablo resta diverso tempo alla fattoria del padre, col suo unico compagno rimasto, Limon, fino a quando, un giorno, il padre gli dice in faccia che per lui è solo un delinquente e un assassino. Pablo, non per qualcosa, ma stavo solo aspettando che qualcuno ti desse questo schiaffo…morale.

Di conseguenza, padre e figlio si separano per sempre e Pablo lascia i suoi ultimi soldi nella casa del padre. Soldi sporchi di sangue, s’intende.

Cosa mi è piaciuto di questa stagione:

  • La quasi eliminazione di nudo. Scusatemi ancora, ma ho tratto un gaudio pazzesco da ciò.
  • La diminuzione delle voci fuoricampo. Scusatemi di nuovo.
  • La solitudine degli ultimi episodi. Più si va avanti nella stagione più la figura di Escobar viene isolata, lentamente, tutti quelli che gli sono stati vicino spariscono, si allontanano, lo tradiscono. Questo permette al personaggio centrale di risaltare meglio e gli conferisce una certa riflessività.

Cosa non mi è piaciuto di questa stagione:

  • Nulla.

Curiosità.

-Come accennato in precedenza, la storia è tratta dai fatti realmente accaduti in Colombia tra gli anni ’80 e ’90, ma è stata modificata a fini drammatici e questo ha dato modo alle persone che hanno vissuto da vicino queste vicende di correggere alcuni “errori”.

La fonte più attendibile, ovviamente, è il figlio di Escobar, oggi residente in Argentina, architetto (ma più cha altro scrittore), che nel frattempo si è fatto cambiare nome all’anagrafe in Sebastián Marroquín.

Sebastiàn, ha spiegato in un post pubblicato sul suo profilo personale di facebook tutte le incongruenze della serie rispetto alla storia vera (lo trovate  qui ) e forse, quella che mi ha sconvolto di più è quando rivela che in realtà lui il padre non lo vedeva così spesso come viene mostrato nella serie e che, soprattutto, durante la latitanza del padre vivevano in dei tuguri e non nel lusso.

 

-In Colombia stanno ancora tutti ridendo perché l’attore che ha interpretato Escobar recitava con forte accento brasiliano…immaginatevi un Padrino in milanese.

Perché guardare Narcos.

Se vi piacciono le serie fatte bene, curate, dinamiche, con una storia avvincente, degli attori bravi ma non scontati Narcos è la serie che fa per voi.

Non penso sia la storia del re del narcotraffico, è la storia di diversi tipi di uomini e, in fondo, di una nazione intera.

 

 

Voto: 8/10

 

Buttateci un occhio.

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Messaggio privato da una camera di hotel.

è come se, all’improvviso, avessero staccato la spina.

Dicono più o meno tutti così gli pseudo-scrittori o gli scrittori che ad un certo punto hanno la sindrome della pagina bianca.

Io non sono né una scrittrice né una pseudo-scrittrice, sono e sono sempre stata solo una ragazza che scrive per curarsi, nient’altro. I voti dei temi, i complimenti, i concorsi, sono arrivati dopo e comunque, da parte mia, non sono stati mai cercati e, in fondo, nemmeno molto apprezzati. Forse è per tutte queste cose che a me non è sembrato affatto che mi avessero staccato la spina, è stata molto di più come una lenta agonia.

Sono in una camera di hotel a circa un’ora e trentadue minuti dalla casa in cui vivo all’università e tre ore e venti minuti dalla casa in cui ho vissuto fino a qualche anno fa con i miei genitori. Intorno a me ci sono lenzuola bianche disfatte che si aggrovigliano ad un copriletto color mattone, vestiti un po’ su ogni ripiano, un televisore a muro rigorosamente spento, un pacchetto di caramelle gommose quasi finito, una bustina di cookies al cioccolato aperta ma quasi ignorata, un torrone ai frutti di bosco e cioccolato dimezzato, una confezione di Pringles intatta.

Scarpe, bottigliette d’acqua vuote, foulard e valigia giacciono inermi per terra. C’è quella cazzo di luce del bagno che non vuole spegnersi e quella del comodino accanto a me che è un po’ troppo vivace per i miei gusti.

Sembra quasi un racconto di Bukowski senza alcool. (N.B. io odio Bukowski)

La verità è che ho perso qualcosa che non ho più ritrovato.

Durante l’adolescenza si ha una forza, una determinazione che credo non si ritrovi più in nessun momento della vita.  E io penso di essere in quel momento cruciale in cui ci si rende conto di tutto questo e…

L’anno scorso, ho avuto un bel crollo psicologico, tra le altre cose è stato anche uno dei tanti motivi per cui non ho potuto curare il blog.

In realtà in quel brutto periodo mi sono quasi costretta a scrivere, avevo bisogno di fare spazio nella testa e per farlo, dovevo tirare fuori qualcosa e depositarla su un foglio bianco.

Ovviamente, è venuto fuori un fiume di roba da reparto di neuropsichiatria e ancora oggi, quando leggo alcune cose, mi viene la pelle d’oca e non posso fare altro che provare una gran pena per quella me. Col tempo, quel periodo è passato. E lo devo proprio dire:

NESSUNO MI E’ STATO D’AIUTO A PARTE ME.

(Ma questo, è solo il triste ritornello della mia vita.)

Il problema vero, in queste 440 parole, sta nel fatto che devo constatare, con molta fatica, che non riesco più a scrivere.

E non è che non riesco più a scrivere il romanzo della mia vita, o le memorie di mia nonna, o il racconto fantasy dell’anno: non riesco più a scrivere per me.

Questa, penso possa essere la cosa più triste che potessi scrivere. Già.

I motivi, sono svariati e, oltre alla mia vita personale, penso che abbia influito molto anche la mia università.

Sì, l’università. Ma non per gli esami, non per i professori cattivi o un brutto ambiente.

Semplicemente perché studiare Lettere ti obbliga a vedere la scrittura in un modo veramente molto, molto critico e, a meno che tu non sia una persona con tanta tanta autostima e autoconvinzione, questo ti porterà inevitabilmente a rileggere ogni riga che scrivi quattro volte di fila. E ti ritroverai a dire frasi come “Quanto è banale”, “Che assurdità”, “Devo mettere più punteggiatura”, tutte cose che, a mio parere, una persona quando scrive deve mettere fuori dalla porta.

Credo nella scrittura che viene fuori così come la pensiamo, in quella che non ha bisogno di essere truccata per essere bella, non ha bisogno di trame intricate per essere interessante, ha bisogno di essere vera.

Solo che, quand’è che una cosa è vera?

Tutte queste, potrebbero essere benissimo solo paranoie dell’ultima arrivata, se non fosse che vanno avanti davvero da tantissimo tempo, così tanto chimg_4076e mi sono quasi obbligata a scrivere qui, pur di scrivere qualcosa.

Ed è per questo che chiedo scusa a tutti, perché stando al mio primissimo articolo, in questo blog non ci sarebbe stato spazio per la mia vita privata ed infatti sto cerando di mettere il tutto su una linea molto basic  proprio per questo motivo.

Ma non sono il tipo di persona che chiude il discorso con delle scuse o piangendo sul latte versato e voglio specificare che tutto questo è stato scritto affinché qualcuno oltre me possa trarne vantaggio dall’altro lato dello schermo, nel senso, non siete soli.

Ce la faremo, in qualche modo, a colmare tutti i buchi.

Sto preparando una nuova recensione, stay tuned.

 

 

 

Forse torno

Mia madre mi diceva sempre:”Non porti mai a termine nulla di quello che inizi.

Dio, se aveva ragione.

Iniziata scuola di pianoforte, mollata dopo quattro anni.

Iniziata scuola di danza,mollata dopo due anni.

Iniziata scuola di canto, mollata un anno prima del diploma.

Iniziato liceo X, diplomata al liceo Y.

Ah, ma non vi ho elencato tantissime altre cose.

La verità è che da piccola volevo fare scherma.

Sì, la verità è sempre stata questa. Ma nella mia “città” non c’erano scuole di scherma.

Ma questa è un’altra storia e potrebbe aprire un nuovo paragrafo intitolato

Quante cose volevo fare e alla fine, invece…

Tutto questo, per dire una cosa:

sono praticamente quasi due anni che non scrivo su questo blog, ma in realtà non ho mai dimenticato di averlo, anzi.

Una volta mi è pure capitato di dover rispondere via mail a un tizio americano che mi chiedeva di lasciargli libero il dominio “hannaira.com” perché gli serviva.

La mia risposta è stata un lapidario “NO”.

E anzi, colgo l’occasione per aggiungere un paio di cose:

Fuck you man, Hanna Ira is still alive.

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E sinceramente, sarà pure vero che non ho usato quasi mai questo spazio, sarà pure vero che non ho detto ad anima viva della sua esistenza e sarà pure vero che probabilmente le persone che leggeranno questo si potranno contare sulle dita di una mano,

MA

Ho bisogno di questo posto. Per me è stato e continua ad essere la buca dove infilo le mie lettere a nessuno, il mare dove faccio viaggiare i miei messaggi in bottiglia.

Non ho intenzione di mollarlo, perché sapere che c’è mi fa stare bene.

Una storia che ha inizio ieri: Avrò cura di te, recensione.

Il giorno di San Valentino, Giò trova un biglietto, scritto dalla defunta nonna al suo angelo custode e in un disperato tentativo di trovare conforto e, probabilmente, aiuto, decide di scrivere anche lei una lettera al suo angelo.Inaspettatamente, lui, Filèmone, risponde.

“Ti sei mai chiesta perchè le corde suonano, Giò? Fanno resistenza alla pressione. E’ da quella resistenza che nasce la musica.”

Gioconda,detta Giò, è una professoressa del liceo, neo-separata, “distratta da niente, irritata da tutto”, che intraprende un rapporto epistolare con il proprio angelo con la “a” minuscola.Un rapporto che la porterà a ritrovare la vera sè stessa e a capire e accettare il mondo che la circonda.

leggendo il titolo del nuovo libro di Massimo Gramellini e Chiara Gamberale è difficile non riportare alla memoria il testo della famosa canzone di Battiato “Perchè sei un essere speciale ed io, avrò cura di te” che ha fatto palpitare un generazione intera (e continua tutt’ora), ma non bisogna cadere nell’inganno e ritenere che questo libro narri di una smielata storia d’amore e basta. La storia d’amore c’è, ma è finita, conclusa, game over e, come tutti gli epiloghi drammatici, si rivelerà presto un prezioso punto di partenza per la nostra protagonista, Giò.
Il romanzo è ambientato in una Roma contemporanea che fa da sfondo alla vita di Gioconda, una professoressa che sta ancora portando via la sua roba da quella che una volta era la sua casa, la sua vecchia vita coniugale e deve fare i conti con la morte della nonna, le rocambolesche esperienze della madre, un’amica con con un cuore diviso a metà e un padre che è sempre stato in disparte per non disturbare le persone che lo circondavano.
Il giorno di San Valentino, Giò trova un biglietto, scritto dalla defunta nonna al suo angelo custode e in un disperato tentativo di trovare conforto e, probabilmente, aiuto, decide di scrivere anche lei una lettera al suo angelo.Inaspettatamente, lui, Filèmone, risponde.

“Mi sento una vittima…di quella stessa rivoluzione scatenata da me.”

Non aspettatevi un trattato di parapsicologia o di religione, gli scrittori ci trascinano nella metafisica degli Innamorati eterni, in un “Chissà dove” non precisato da cui fanno provenire i nostri custodi. Un modo originale, ma allo stesso tempo neutrale e semplice per figurarci il luogo di appartenenza di questi spiriti. Grazie a questo particolare rapporto epistolare Giò, non senza incontrare difficoltà, ritroverà la fiducia nell’amore e nella vita,grazie ai consigli e alle preziose illuminazioni di Filèmone, l’angelo che l’ha scelta per un motivo ben preciso, che sarà uno dei colpi di scena migliori del libro.
In conclusione, con questo libro ho rivalutato totalmente la canzone di Battiato, che ho sempre ritenuto un inequivocabile messaggio d’amore, e l’ho catalogata come la canzone perfetta che un angelo potrebbe decidere di dedicare al/alla suo/a protetto/a, se volete sapere il perchè leggete il libro, poi prendete il vostro mp3 e fate partire la canzone, vi accorgerete di come gli angeli, a volte, possano comunicare nei modi più svariati.

“Tutto è perfettamente e giustamente complicato”

In linea di massima il libro è molto scorrevole, scritto con uno stile adeguato, non pomposo ma ben articolato. Interessante l’idea del “cammino di fede” in sè stessi guidati dal proprio angelo custode, che dona al libro quel tocco di profondità in più, presente soprattutto nei discorsi di Filèmone, che lo pongono certamente ad un discreto livello di considerazione.
Scelta molto ben ponderata il carattere di Giò, nel quale molti potrebbero, o dovrebbero,facilmente immedesimarsi, soprattutto nell’affrontare il tema del “There’s no revolution without acceptation”, per essere un po’ più sentenziosi, cioè : non puoi pretendere di cambiare ciò che ti circonda se prima non lo accetti così com’è, tema centrale del racconto. Consigliato a chi ha appena chiuso capitoli spinosi della propria vita e vuole rivedere le proprie prerogative in modo leggero ma conciso.

TITOLO: Avrò cura di te

AUTORI: Massimo Gramellini e Chiara Gamberale

PUBBLICATO DA: Longanesi

COLLANA: La Gaja scienza

PAGINE: 250

PREZZO: € 16,00 (cartaceo) € 9,99 (E-book)

GENERE: narrativa contemporanea

PUBBLICAZIONE: Novembre 2014

ISBN: 978-88-304-4193-4

VOTO : ★★★✩✩

3- IL PASSEGGERO.

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Siamo tutti, almeno una volta nella vita, i passeggeri sbagliati sui treni sbagliati.
Riccardo era il passeggero sbagliato della sua vita.
Mentre sedeva sul sedile, lo sguardo perso fuori dal finestrino, rifletteva proprio su questo.
In verità, a guardarlo, non sembrava stesse osservando il paesaggio, bensì pareva assistere alla proiezione di un film e si trovasse, più precisamente, nel momento in cui il protagonista svela il mistero della storia lasciando il pubblico sconvolto.
Eccolo lì Riccardo, che svelava a sè stesso di essere stato sempre nelle stazioni sbagliate, sui binari sbagliati.
Gli episodi della sua vita sbattevano forte contro il finestrino del treno, esitavano un momento, il tempo di farsi riconoscere da lui, e poi scivolavano via con la velocità, il paesaggio, i binari, le stazioni.

STAZIONE DI ******.
“Ascoltami, Riccardo. Io ti voglio bene, ma se vai via anche questa volta, se mi deludi di nuovo così, io non ci sarò più per te. Abbi cuore, non buttare tutto all’aria anche stavolta.”
No, non buttò tutto all’aria quella volta, ma la volta successiva sì, e prese il cappotto, la valigia, raccolse da terra lo straccio del suo coraggio e andò via con un treno.

STAZIONE DI **********.
“Riccardo questo non va bene, lo so che ci hai già provato altre volte, lo so che ci metti impegno e magari, chissà, provando ancora riusciresti a far funzionare le cose però…non mi pare il caso di farti perdere tempo per continuare a tentativi, evidentemente, semplicemente, non ci riesci.”
Lì la situazione era insostenibile, le sue armi erano armi bianche, innocue, lame troppo poco affilate per provare a reagire; sapeva che anche quello era un treno sbagliato.

STAZIONE DI *********.
Tra gli scaffali della sua nuova casa trova una foto: loro due insieme, abbracciati, l’amava? Sì, ed era andato via.
La nostalgia gli fece compagnia nel letto per tutte le notti che mentì a sè stesso dicendo di non sentire la sua assenza. Poi iniziò ad averla accanto anche sul divano, mentre faceva il caffè, mentre faceva scorrere l’acqua per il bagno, quando guardava le mani di un’altra donna.
E quella foto sullo scaffale si consumò a furia di starla sempre a stropicciare.
Finchè, un giorno, riprese la sua valigia semi-vuota e prese il treno che l’avrebbe riportato da lei.
A metà viaggio si accorse che la sua valigia non era semi-vuota, era fin troppo piena: carica di una vita affannata, mutevole, dove troppe cose si evolvevano in archi di tempo troppo brevi. Non poteva tornare e aprire quella valigia, la sua nuova vita non poteva essere contenuta in quella vecchia.
Alla stazione successiva cambiò treno e tornò indietro.

STAZIONE DI M*******

Monteira era il posto che Riccardo aveva scelto per passare il resto della sua vita, la sua era stata una scelta definitiva. Era una città, su una collina, vicino al mare.
Un posto tranquillo in inverno e vivace in estate.
Riccardo l’aveva scelto per un vecchio muro mezzo franato alle pendici di un vallone. Era un posto insolito, difficile da notare nonostante non fosse così distante dal centro della città.
Il muro doveva appartenere ad un edificio che negli anni precedenti era franato giù per il colle. Riccardo si rivedeva in quel muro: un superstite, un resto, un elemento inappropriato, un residuo. Da nessun altra parte aveva sentito una sensazione di consapevolezza come in quel preciso posto e per questo aveva deciso di restare.
Col tempo e gli impegni che lo riempiono però, finì per dimenticare il muro sul vallone, iniziando a vivere a Monteira per abitudine.
Ogni giorno era la stessa routine, si creò un giro di amici, un giro di locali, un giro di prostitute, un giro di alcoolici. E ricordò con esattezza il giorno in cui andò a comprare i ganci per appendere i canovacci in cucina. Quando si ritrovò ad attaccare l’ultimo gancio di una serie da quattro si rese conto di quanto fosse caduto in basso, povero uomo, di quanto la sua vita fosse triste e, in definitiva, solitaria; nemmeno la nostalgia tornava più a trovarlo da diversi anni. Una vita monodose come i cibi della sua dispensa, monouso come tutti gli accessori sparsi nell’appartamento. Si guardò intorno a fissare i muri bianchi, le tende sporche:per un attimo immaginò che fossero sporche perchè erano i catalizzatori della sua sporcizia interiore. Ne fu disgustato.

E proprio su quel treno,a quella stazione, Riccardo capì che nella sua vita ogni stazione era un nuovo sbaglio ed ogni treno il mezzo più veloce per compiere quello successivo. Lui? Lui era il passeggero che sarebbe stato sempre sbagliato, per cui il treno giusto non esisteva.
Si sentì mancare per il dispiacere, se così si può chiamare quel sentimento che attanaglia lo spirito nel momento in cui realizziamo che è troppo tardi per tornare indietro, per venire rimborsati del nostro biglietto.
Il treno sul quale si trovava rallentò, i freni stridettero come qualcosa nel cuore di Riccardo, si fermò.
Riccardo prese la sua valigia, la sua giacca, corse alla porta più vicina, scese dal treno.
Il panico gli tenne un’imboscata proprio sotto l’ultimo scalino. La paura di aver perso, o di essere sceso troppo presto dal treno giusto gli si avvolse intorno alla gola facendogli mancare il respiro.
Era distratto quando passò davanti al cartello “STAZIONE DI MONTEIRA”.

Foto e testo: Hanna Ira, tutti i diritti riservati.

I 400 colpi,Truffaut.

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Una Parigi in bianco e nero di fine anni Cinquanta,

un bambino che corre con la cartellina della scuola in mano,

alberi spogli, la piccola borghesia,

il desiderio di vedere il mare.

I 400 colpi è il primo lungometraggio di François Truffaut, scritto e diretto da lui, inizialmente concepito come un cortometraggio di 20 minuti e successivamente realizzato come lungometraggio di circa 90 minuti, ambientato a Parigi. Questo film è anche il primo del cosiddetto “Ciclo di Doinel” in quanto il protagonista, Antoine Doinel, verrà successivamente ripreso in più film durante la carriera del regista e critico cinematografico.

Un ragazzino tra i quattordici e i sedici anni, Antoine Doinel,  vive a Parigi con sua madre, una donna fedifraga, egoista e violenta, e il padre putativo, un uomo affabile e spiritoso anche se ugualmente disinteressato al ragazzo. Antoine è spesso visto come un intruso o un parassita all’interno della casa, tanto da non avere nemmeno una camera vera e propria, ma solo un un materasso accessoriato con saccoapelo. Quando i genitori sono a lavoro lui va a scuola, dove però non ottiene buoni risultati, anche a causa di un arcigno professore che non ha paura di “usare le maniere forti”, proprio per questo inizia a marinare le lezioni, spesso in compagnia del suo compagno di banco, Renè. Durante una di queste mattinate Antoine scopre che la madre ha un amante ma, per evitare discussioni, decide di tenere il segreto per sè.

I giorni di assenza aumentano, il ragazzo inizia ad inventare bugie più grandi di lui per potersi giustificare, a casa sovvengono nuovi problemi e così decide di scappare di casa e di andare a vivere insieme a Renè che, avendo una casa molto grande e dei genitori molto distratti, non ha problemi a nascondere l’amico. Per riuscire a mantrenersi da solo, Antoine progetta di rubare una macchina da scrivere dall’ufficio del padre, ma una volta riuscito nell’impresa è impossibilitato a rivenderla e sceglie di riportarla indietro ma, proprio mentre stava per rimetterla al proprio posto, viene scoperto e portato alla polizia. I genitori premono per mandarlo in riformatorio, pensando che sia l’unico modo per levarselo di torno , ed è così che il nostro protagonista incompreso si ritrova a dividere la cella con dei veri criminali. Nemmeno qui però il ragazzo durerà molto:alla prima occasione deciderà di evadere, lanciandosi in una corsa disperata verso il tanto agognato MARE.

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Quando comprai il DVD (di cui consiglio la versione ristrutturata della BIM del 2014) la prima cosa a venirmi in mente fu che con ogni probabilità sarebbe stato un film monotono e difficile da seguire, guardandolo però, mi sono resa conto di come, alla fine del film, la mia espressione sia stata di interdizione e forse anche con una nota di delusione “Ma come? Finisce così?” : non perchè il finale sia stato deludente, ma semplicemente perchè mi aspettavo un film tedioso e invece mi sono ritrovata a seguire una storia fluida, divertente e interessante.

Questo film è il prodotto genuino che il cinema odierno ci passa come minestra già pronta da ormai troppi anni: ne abbiamo a bizzeffe di film da seconda serata passati in prima, riguardanti l’adolescenza travagliata e incompresa dei ragazzi. Questo film, però ,aumenta di spessore grazie all’eleganza e paradossalmente alla leggerezza con cui affronta un argomento che tuttora è delicato, figuriamoci negli anni Cinquanta.

Cosa mi è piaciuto del film:

  •  Ambientazione: Gli scorci di Parigi degli anni Cinquanta che ci offre Truffaut sono pieni di fascino e molto caratteristici, sarà anche per via del film senza colori che posa su tutto un velo di incanto e ci trascina in un’epoca in cui i colori non servivano.
  • Jean Pierre Léaud: il protagonista del film. Una delle cose che mi ha dato più da pensare è stata: perchè scegliere proprio questo ragazzetto? Perchè non uno più grande, più affascinante? La risposta è nel dubbio stesso. Truffaut sceglie il giovane Léaud perchè vuole focalizzare la curiosià sul contesto, senza mettere in mezzo la componente estetica del protagonista che avrebbe avuto una risonanza meno matura e avrebbe scostato l’attenzione degli spettatori non più sul nucleo fondamentale della trama, l’adolescenza, ma solo sul personaggio principale. Inoltre, l’attore si è rivelato molto competente e il regista è stato furbo a puntare la telecamera più volte sullo sguardo incerto/spaventato/profondo/di disappunto/trasognato del ragazzo, simbolo del film.400-blows-blu-ray3
  • Il contesto sociale: interessante l’idea di installare il film nella società borghese medio/bassa, quella che all’inizio degli anni Sessanta aveva ancora il fiato grosso della  corsa per correre al riparo dalla guerra. L’atmosfera di parziale disagio è resa bene dalle riprese in luoghi spesso mal messi, ad esempio la casa disordinata dell’amico Renè e la stamperia dove dormirà quando scapperà di casa, o  ristretti e claustrofobici, come la casa di Antoine e la cella dove viene spostato quando viene arrestato.
  • Il ruolo del mare: il mare è presente durante tutta durata del film ma compare solo negli ultimi 10 secondi. Eppure è una costante dell’opera, impregnata sin dall’inizio dai fumi delle fantasie di Antoine: il voler andare via di casa, il desiderio di mantenersi da solo, il desiderio di prendere bei voti, tutto questo sfuma nel vano tentativo di realizzarlo, solo il desiderio di voler vedere il mare persiste e resta incastonato tra i pensieri del protagonista che, inaspettatamente riesce a raggiungere l’obiettivo e all’ultimo secondo, mentre cammina di spalle alla distesa d’acqua lancia uno sguardo dritto in camera, verso gli spettatori che restano quasi traumatizzati da quel fermo-immagine così tagliente proprio perchè a conclusione del tutto. Sembra quasi che il motore di ogni singola azione di Antoine sia stato, implicitamente, sempre il mare. Sembra che il film si condensi unicamente in quella folle corsa verso l’acqua, verso qualcosa che è troppo più grande di noi.

Cosa non mi è piaciuto:

  • I dialoghi: pochi e comunque sempre molto prevedibili e asciutti, a parlare nel film sono più che altro i gesti e le espressioni dei personaggi.

Le curiosità del film:

  • Forse in pochi lo sanno ma il film riprende stralci della vita del regista, infatti, anche Truffaut da piccolo venne lasciato in affidamento alla nonna per alcuni anni e solo dopo andò a vivere insieme alla madre e a quello che sarebbe divenuto suo padre putativo.
  • Il titolo originale francese (Les quatre cents coups) deriva dal modo di dire “faire les quatre cents coups”, tradotto in italiano, “fare un macello”, “combinarne di tutti i colori”. Ovviamente, un film intitolato in questo modo in Italia non avrebbe attratto il pubblico e per questo si è preferito fare semplicemente una traduzione standard francese-italiano.

Il voto è: ★★★✩✩

Da vedere.